sabato 13 febbraio 2010

13/02/2010 PORTAPAROLA

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Da “Avvenire” di venerdì 12 febbraio 2010
Il Papa: i sofferenti persone da accogliere
Giornata mondiale del malato: «Pastorale della salute, bene prezioso per la Chiesa»

DA ROMA GIANNI SANTAMARIA
« Promuovere un mondo più capace di accogliere e curare i malati come persone». Per contribuire a questo o­biettivo la Santa Sede ha istituito un Pontificio Consiglio dedicato alla pa­storale della salute. Lo ha ricordato Benedetto XVI nell’omelia pronun­ciata ieri nel corso della Messa cele­brata nella Basilica di San Pietro in oc­casione dalla XVIII Giornata mondia­le del malato. Che quest’anno cade nel venticinquesimo anniversario dall’istituzione dell’organismo vati- cano creato l’11 febbraio del 1985 al­lo scopo di valorizzare l’interesse del­la Chiesa per l’uomo che soffre, i gran­di progressi realizzati dalla medicina e la necessità di coordinare tutti gli or­ganismi dediti al mondo della salute. Il Papa ha ringraziato quanti in que­sto quarto di secolo si sono spesi in ta­le compito.
A partire dai presidenti del dicastero: l’attuale, monsignor Zygmunt Zi­mowski e i predecessori, i cardinali Ja­vier Lozano Barragan e Fiorenzo Angelini, primo a ricoprire l’incarico. Alla liturgia han­no partecipato, in particolare, opera­tori sanitari, volontari, aderenti ai so­dalizi che organizzano pellegrinaggi ai santuari mariani – come l’Unitalsi e l’Opera romana pellegrinaggi –, per­sone sofferenti, molte delle quali in carrozzella, insieme con i familiari. Al rito era presente anche il ministro del­la Salute, Ferruccio Fazio. Prima del­la Messa, una piccola processione, formata soprattutto da pellegrini e malati dell’Unitalsi, ha percorso via della Conciliazione ed ha raggiunto la Basilica vaticana. A risaltare nella liturgia di ieri – memoria della Vergi­ne di Lourdes – il Magnificat, ha sot­tolineato il Pontefice. Preghiera che «non è il cantico di coloro ai quali ar­ride la fortuna, che hanno sempre il 'vento in poppa'». Piuttosto è «il rin­graziamento di chi conosce i drammi della vita, ma confida nell’opera re­dentrice di Dio».
Drammi sui quali si sono chinati molti santi: da Camillo de Lellis e Gio­vanni di Dio, a Damiano de Veuster, l’apostolo dei lebbrosi e Benedetto Menni. Malati e sofferenti – ha proseguito Ratzinger – nella Chiesa non sono solo « destinatari di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprat­tutto protagonisti del pellegrinag­gio della fede e della speranza, te­stimoni dei prodigi dell’amore, della gioia pasquale che fiorisce dalla croce dalla risurrezione di Cristo » . Un discorso di speranza che in conclusione il Papa ha este­so alla società, citando la Spe Sal­vi « La misura dell’umanità si de­termina essenzialmente nel rap­porto con la sofferenza e il soffe­rente. Questo vale per il singolo co­me per la società » .

www.unitalsi.info
SOTTOSEZIONE DI RAVENNA
via Port'Aurea 8 Ravenna 0544-38170
Quella dell’Unitalsi è una “storia di servizio” che dal 1903, anno della sua fondazione, si è sempre alimentata del desiderio di essere uno “strumento” nelle mani di Dio, per portare la speranza dove c’è disperazione, un sorriso dove regna la tristezza.
È una missione semplice che si nutre del desiderio di vivere il Vangelo nella quotidianità, offrendo, ciascuno secondo le proprie possibilità, un contributo fondamentale per costruire una società dove ci sia spazio per la carità.
Questa è la nostra missione che si costruisce ogni giorno grazie all’impegno smisurato di quanti abbracciano il cuore della nostra associazione che, partendo dai pellegrinaggi, con l’aiuto della Provvidenza, ha realizzato una serie numerosa di progetti in grado di offrire risposte concrete ai bisogni di ammalati, disabili, persone in difficoltà.
Vogliamo essere uno strumento di “carità operativa” e di “carità creativa” nelle mani del Signore. Vogliamo condividere un impegno per costruire la speranza. I molteplici ’Progetti Unitalsi’ rappresentano una opportunità per quanti vogliono condividere con noi questa missione di carità, scegliendo l’ambito più vicino alla propria sensibilità e alle proprie attitudini.

Da “Avvenire” di venerdì 12 febbraio 2010
Vittorio Bachelet un coraggioso testimone
LIBRO E DVD
Un libro e un DVD per ricordare Vittorio Bachelet a trent'anni dal suo "martirio laico", come lo definì allora il cardinal Martini. Un testo ricco di fotografie e un documentario di 24 minuti, realizzato da Giovanni Panozzo, con immagini e testimonianze inedite sulla figura del presidente dell'Azione Cattolica del Concilio e vicepresidente del CSM ucciso nel 1980 dalle Brigate rosse.
"La vicenda umana e la testimonianza credente di Vittorio Bachelet ci interpellano come cittadini e come cristiani; si può, anzi, affermare con certezza che la ricchezza di quel che egli ci ha lasciato rimane davanti a noi come una responsabilità grande, che sta a noi non sprecare", ha scritto il presidente dell'Ac, Franco Miano, nella presentazione del volume.
Il libro contiene una biografia di Bachelet corredata da molte fotografie, alcune pubblicate per la prima volta, e una breve antologia di alcuni suoi significativi scritti.

13 febbraio 1980
Sette proiettili per il professore di GIAMPAOLO PANSA
ROMA - Nell'atrio della facoltà di Scienze politiche, in quell'angolo, accanto alla grande porta vetrata, c'è un lenzuolo di tela grossa, e sotto il lenzuolo qualcosa che da lontano sembra un fagotto o un animale abbattuto. Poi ti avvicini e vedi che il lenzuolo ha lasciato scoperta la fronte di un uomo, e con la fronte un ciuffo di capelli grigi e un paio di occhiali dalle lenti spezzate. Da sotto il telo esce un rivolo di sangue, un rivolo brillante nel sole, mentre la vetrata chiusa rimbomba per il tam-tam dei fotografi che gridano furiosi: "Fatece entrà!".
Tutto ciò che resta di Vittorio Bachelet, 54 anni ancora da compiere, ucciso ieri mattina dieci minuti prima di mezzogiorno nella città universitaria di Roma, da quella banda di macellai che si firmano Brigate rosse. Bachelet insegnava in questo ateneo Diritto amministrativo, ma era soprattutto il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura che ha come presidente Pertini. Un uomo, dunque di prima fila della nostra democrazia, e anche un insegnante e un padre di famiglia. Adesso di lui rimane soltanto quel corpo sotto il lenzuolo, circondato dai bossoli dei proiettili che gli hanno dato la morte. Sette proiettili che gli hanno dato la morte. Sette proiettili calibro 32 Winchester per un altro assassinio politico, il più grave dopo il delitto Moro.
Proprio dall'aula intitolata a Moro, l'aula 11 di Scienze politiche, comincia l'ultima giornata del professor Bachelet. Attorno a lui, vittima inconsapevole, c'è una scenografia perfetta. Sembra costruita apposta per un film politico da concludere nel sangue. Un sole splendido di primavera. I pini marittimi. I marmi fascisti dello Studium Urbis. Le pompose scritte in latino. "Iustitia omnium est domina et regina virtutum".
Bachelet varca i cancelli dell'ateneo pocodopo le 10 del mattino. Ha la sua solita andatura tranquilla, da uomo alto, corpulento, le lenti da miope, l'espressione mite e un po' distratta. Per lui è un giorno di lavoro come un altro. (...)
La lezione non ha storia. Alle 11,30 tutto è finito e Bachelet se ne va. L'aula "Moro" è al pianterreno di Scienze politiche. Il professore comincia a salire lentamente lo scalone che lo porterà al grande atrio rialzato, quello della vetrata, invaso da un bel sole caldo. Accanto a lui c'è la sua assistente, la professoressa Bindi. Dietro, un paio di allievi, poi altri giovani.
Sono le 11 e 50 e Bachelet mette il piede sull'ultimo gradino della scala. Conversa con la Bindi e non fa caso ad una giovane donna. Costei sta proprio al centro della vetrata, anzi la tiene socchiusa per metà. Ad un tratto, la sconosciuta si fa avanti. Raggiunge Bachelet alle spalle. Lo afferra con una mano e lo costringe a voltarsi. Partono i primi tre colpi di pistola, tutti al ventre del professore, a canna quasi schiacciata contro la vittima.
La dottoressa Bindi urla, mentre la giovane donna arretra velocemente. Allora si fa avanti un uomo. Giovanissimo, poco più di un ragazzo. Impugna anch'egli una pistola. Il killer si china su Bachelet e gli spara qualche altro proiettile. Uno è diretto alla nuca ed è il colpo di grazia.
Da questo istante tutto si confonde. Bachelet rantola accanto alla vetrata. Attorno a lui si agitano decine di studenti che renderanno poi testimonianze contraddittorie. Qualcuno sostiene: "Il ragazzo terrorista camminava alle spalle di Bachelet e aveva addirittura seguito la sua lezione". Un altro dirà di aver sentito gridare: "Ci sono delle bombe, scappate, scappate!".
Nel cortile di Scienze politiche c'è il caos. Adesso molti fuggono davvero, gridando. I killer ripiegano con calma e vengono raccolti su di un'auto "A 112" che se ne va dal cancello di viale Regina Elena. Una uscita secondaria protetta da una catena che poi verrà scoperta tranciata.
Una cosa è certa: gli assassini hanno agito con straordinaria freddezza. (...) Suona il mezzogiorno. Il cadavere del professore è in quell'angolo accanto alla vetrata, non ancora coperto dal lenzuolo. I cancelli della città universitaria vengono chiusi, ma ormai è troppo tardi: chi doveva fuggire, è fuggito. Lo Studium Urbis è preso d'assalto dalle Alfette blu in servizio di Stato.
Per primo arriva Pertini e passa impietrito al centro di quella marea di giovani che, ad un tratto, lo applaudono con furia, commossi, quasi disperati. (...) Noi siamo sullo scalone d'ingresso, dietro la vetrata chiusa. Fotografi e cronisti tempestano per entrare. Un momento difficile da dimenticare. Qualcuno piange. E c'è chi dice, angosciato: "Questo è un avvertimento diretto a Pertini, la risposta al discorso di Marghera".
Passa il ministro dell'Interno, Rognoni. Passa, stravolta, la figlia di Bachelet, Maria Grazia. La moglie del professore, Maria Teresa, viene fatta entrare da un altro ingresso. Si china sgomenta su quel corpo. Piange. Accarezza il viso del marito ucciso. Poi c'è un lungo parlare fra le due donne, un brusio sommesso e straziante nel grande silenzio dell'atrio.
Fuori, tra la folla, accorrono i colleghi di Bachelet.(...) Un bersaglio persino troppo facile, nella babele dello Studium Urbis. E in questa babele arriva anche Fanfani, vecchio amico di Bachelet. Sosta terreo dinanzi al cadavere, poi viene ospitato nell'Istituto di studi economici. Forse non si accorge che la targa d'ingresso è stata corretta con la vernice in "stupri economici".
(...) Lo sguardo della signora poi si fissa su Lama che vien su con Marianetti, Trentin e Giovannini. Ecco una vendetta della storia. Cacciato dai violenti nel febbraio del 1977, adesso Lama torna in questa università per inchinarsi davanti ad un altro dei tanti, troppi morti di violenza. (...)
Alle 14,33, un'altra voce, una voce da burocrate della morte, detterà al nostro giornale questo annuncio: "Ascoltatemi bene. Qui Brigate rosse. Bachelet l'abbiamo giustiziato noi. Presto seguirà comunicato".
(13 febbraio 1980)

Da “E’ Vita” supplemento di “Avvenire” di giovedì 11 febbraio 2010
«Gli stati vegetativi ora possono risponderci» di Viviana Daloiso
Parla il neurologo inglese Owen, che insieme al belga Laureys ha pubblicato le sorprendenti scoperte scientifiche sui pazienti come Eluana: «Il prossimo obiettivo? Farli comunicare»
E’ l’autore, insieme al belga Steven Laureys e a un altro manipolo di giovani ricercatori, della scoperta scientifica destinata a rivoluzionare il campo delle neuroscienze. Eppure Adrian Owen, il guru di Cambridge che per la prima volta nel 2006 scoprì in una ragazza vegetativa tracce evidenti di coscienza, è già più avanti della sua ultima sensazionale scoperta, pubblicata sul New England Journal of Medicine . Perché le diagnosi corrette non bastano: per i pazienti in stato vegetativo bisogna fare ancora di più.
Professor Owen, già nel 2006 aveva fatto scalpore il suo esperimento condotto con una paziente in stato vegetativo che dimo­strava di essere in grado di attivare le aree motorie del cervello e giocare, mentalmen­te, un partita di tennis. Quali passi avanti avete compiuto con i pazienti monitorati nello studio apparso sul «New England Journal of medicine»?
«Nel 2006 era la prima volta in assoluto che si riscontrava attività cerebrale volontaria in un paziente in stato vegetativo. Era, per intendersi, il primo risultato, e non avevamo alcuna certezza che potesse ripetersi. Ora sappiamo che non è così. Inoltre abbiamo fatto passi da gigante dal punto di vista degli strumenti impiegati nel campo dei disordini di coscienza: allora scoprimmo tracce di coscienza nella paziente solo dopo molte settimane dall’esame nello scanner, e dopo l’analisi di migliaia di dati. Oggi possiamo vedere che un paziente in stato vegetativo è cosciente mentre è nello scanner: in presa diretta, insomma. E poi, c’è l’aspetto più importante».
Quale?
«Nel 2006 il test sulla nostra paziente dimostrò che era cosciente rispetto alle domande che le facevamo. Oggi uno dei pazienti su cui abbiamo imperniato la nostra ricerca è stato in grado non solo di 'attivarsi' davanti alle domande ma anche di rispondere 'sì' e 'no'. Questo è davvero straordinario».
Come definirebbe un paziente in 'stato vegetativo' oggi? È ancora appropriato uti­lizzare questo termine o è cambiato qual­cosa? «Non sono cambiati i pazienti, né il loro stato: semplicemente è cambiato quello che noi sappiamo. Ora possediamo una tecnica attraverso cui possiamo identificare lo stato reale dei pazienti che appaiono vegetativi, da fuori, ma che non lo sono affatto. Questo non significa che non ci siano più pazienti vegetativi, o che tutti i pazienti in questo stato siano coscienti. Non credo che sia tanto importante cambiare la definizione, ma applicare questa tecnica a tutti i pazienti con traumi cerebrali e sapere in che stato sono davvero. Solo così non sbaglieremo più diagnosi, vedendo stati vegetativi là dove invece c’è coscienza».
Sembra però difficile scardinare questa e­quivalenza: vegetativi, ergo vegetali. Qual­cuno la chiama l’'etichetta' dello
stato ve­getativo: una volta che viene messa, è im­possibile toglierla da un paziente...
«Quello che il mio team a Cambridge e quello di Laureys a Liegi facciamo è 'scienza' nel senso proprio del termine, e la scienza – si sa – ha bisogno di tempo per essere assimilata dalla pratica clinica. Al momento i nostri protocolli non vengono applicati in tutti gli ospedali: alle famiglie di questi pazienti, però, dobbiamo delle risposte, e al più presto. Mi sento di dire che devono essere fiduciose: stiamo facendo il possibile per diffondere le nostre scoperte e sono certo che nel giro di poco raggiungeranno il maggior numero di persone possibile».
Che dire delle diagnosi errate? Il numero è impressionante: si stima che vengano con­siderati erroneamente stati vegetativi il 41% dei pazienti che presentano disordini di coscienza.
«Vero. Per fortuna, grazie al nostro protocollo, le cose potranno cambiare».
Lei guarda ai pazienti in stato vegetativo come un neuroscienziato, in primis. Ma cosa può dire dell’aspetto umano del suo lavoro? Come si sente quando scopre che in un paziente considerato in stato vegeta­tivo ci sono tracce evidenti di coscienza? «Io sono uno scienziato, il mio lavoro è cercare, non smettere di tentare. Da scienziato devo sforzarmi senza sosta di sviluppare strumenti innovativi per aiutare questi pazienti. Ecco tutto».
C’è una ragione particolare per cui ha de­dicato la sua vita a pazienti così 'diffici­li'?
«Ho sempre considerato la condizione dello stato vegetativo come una sfida. Cos’è la coscienza, come possiamo davvero sapere se una persona è conscia di quello che le accade intorno: queste sono domande che hanno diviso e acceso il dibattito filosofico per secoli. Qui in laboratorio, e in ospedale, noi abbiamo vite vere che possono risponderci, e io credo sia fondamentale che ogni giorno la scienza si sforzi di rispondere a queste domande. Cosa può essere più interessante?».
Quali saranno i prossimi passi nel campo delle vostre ricerche?
«Spero che arriveremo a creare dei criteri diagnostici precisi, definitivi e condivisi da tutta la comunità scientifica e medica. La risonanza magnetica funzionale, con cui 'troviamo' tracce di coscienza in questi pazienti, è uno strumento ormai presente dappertutto e può essere impiegato ovunque, su tutti i pazienti. In particolare, spero che presto potremo dare la possibilità a queste persone di comunicare con l’esterno grazie a interfacce cervello­computer, relativamente economiche, trasportabili e non-invasive». Parliamo di un futuro remoto?
«Al contrario. Io credo, e potrei assicurare, che ci arriveremo in dieci anni».

Da “Avvenire” di venerdì 12 febbraio 2010
«Mai soli davanti al piccolo schermo»
Lo psicologo pediatra Biondi: pericoloso l’apparecchio in camera, così come lasciarli per ore a guardare i cartoni E i tanti stimoli televisivi non migliorano l’apprendimento
«La fascia protetta non è un’area in cui un genitore si può fida­re di lasciare i bambini davan­ti alla tv e non è più accettabile che le emittenti, per paura di perdere l’audience degli adulti, sottovalutino questa situazione. I rischi sono trop­po alti». A parlare è Gianni Biondi, di­rettore del Servizio di psicologia pe­diatrica dell’ospedale Bambino Ge­sù. Alla presentazione del consunti­vo 2009 del Comitato tv e minori ha portato i dati di uno studio diretto sugli effetti dell’esposizione alla tv sui bambini da zero a cinque anni, arricchito da un’importante biblio­grafia internazionale.
In quella fascia d’età trascorrere mol­to tempo davanti alla tv incide sui comportamenti dei bambini indi­pendentemente dalla qualità dei programmi. «La tv in camera, per e­sempio – afferma Biondi –, è perni­ciosa, così come lasciare i bambini a vedere cartoni, così stanno buoni. In questo modo consumano ali- menti sbagliati, non giocano, non sperimentano, non accrescono i loro interessi. Non è vero che la visio­ne precoce di dvd migliora la capa­cità cognitiva. Semmai è il contra­rio. Si assiste anzi a una sovrapposi­zione fra realtà e finzione. Non è ve­ro che i tanti stimoli televisivi mi­gliorano l’apprendimento. Perché ciò accada, serve che gli stimoli sia­no mediati da una persona di fidu­cia del bambino». Lo studio elenca i possibili danni causati da una simile visione della tv: riduzione dell’attività motoria; o­besità; ritardi nello sviluppo psico­motorio; alterazione dei ritmi del sonno, soprattutto quello pomeri­diano; ritardi nel linguaggio; pro­blemi di attenzione; scarsa predi­sposizione al gioco; difficoltà nella lettura; difficoltà nell’apprendimen­to della matematica; insicurezza; si­tuazioni di violenza inelaborata; for­me di passività e videodipendenza, che col crescere del bambino si tra­sferisce dai dvd, dalla tv a internet.
Situazioni che per certi versi si so­vrappongono all’ennesima denun­cia del Censis sulla rappresentazio­ne della donna nei media. Una re­centissima indagine presentata da Elisa Manna evidenzia come l’im­magine della donna intesa come gio­cattolo sessuale sia alla base, verifi­cata, di tante perversioni e devian­ze sessuali fra gli adolescenti, «che nelle trasmissioni, persino nei tg, vengono banalizzate, normalizzate, con danni, disorientamenti e gravi conseguenze» . L’aumento, per esempio, dei casi di prostituzione pre­coce e precocissima, citato da Man­na, è stato confermato « per espe­rienza diretta» da Biondi. (R. Zan.)


FESTA CARNEVALESCA
Martedì 16 febbraio ore 21
Piccolo Anfiteatro Banca Popolare Ravenna

sabato 6 febbraio 2010

PORTA PAROLA 6 febbraio 2010


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7 Febbraio 2010 32a GIORNATA PER LA VITA
La forza della vita una sfida nella povertà
A partire dal 1979 la Chiesa italiana celebra ogni anno in Italia, nella prima domenica di febbraio, la Giornata per la Vita.

«Nessuno si salva da solo»
Stare accanto nella crisi
di Marco Tarquinio

Fare argine alla precarietà di vita che segna sempre più la nostra società. E servire la vita, prendendoci cura gli uni degli altri e continuando a stare sempre e solo dalla parte della persona umana, «nella sua interezza». Il messaggio che i vescovi hanno deciso di inviare ai cattolici italiani e a ogni donna e uomo di buona volontà in occasione della 32esima Giornata nazionale per la vita si fa carico in questi termini del peso ulteriore e troppe volte drammatico che la grande crisi ha scaraventato sulla quotidianità di tante famiglie e di tanti singoli.
Richiama l'attenzione sulle situazioni di indigenza e di bisogno rese più acute e dolorose da una tempesta economico-finanziaria che ha fatto grandinare numeri sballati, scoperchiato vergogne affaristiche e stravolto progetti ed esistenze. E chiama tutti noi che «conosciamo Cristo» a testimoniare con la passione di sempre eppure con un'urgenza nuova il valore della vita umana, esercitando il «dovere» di riconoscere e denunciare i «meccanismi» che producono povertà e disuguaglianza e feriscono «soprattutto i più deboli e indifesi».
Ogni tempo dell'uomo, lo sappiamo, è un tempo di prova. E purtroppo in ogni tempo accade che la vita dei piccoli e dei senza difesa venga misconosciuta, colpita e, addirittura, negata. Ma ogni tempo ha anche caratteristiche sue proprie. Quello che stiamo vivendo propone difficoltà e insidie che sembrano fatte apposta per enfatizzarne altre, già esistenti, moltiplicandone gli esiti nefasti per la nostra comunità nazionale (e non solo per essa) e inducendo una crescita del tasso di insicurezza e di egoismo. E' proprio per questo, mentre il 2010 è ancora giovane, che la riflessione sull'impegno per la vita ci viene riproposta con accentuazioni un po' insolite che fanno tornare alla mente temi e tempi forti dell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle.
Pensiamo solo ai gesti esemplari e "contagiosi" - perché tesi, appunto, a suscitare una solidarietà diffusa e iniziative analoghe di altri soggetti istituzionali - con cui Conferenza episcopale e Diocesi hanno promosso fondi di sostegno alle famiglie e alle imprese investite dalla crisi. O alla parola forte e alla presenza collaborativa (con autorità e realtà civili) spese dai nostri Pastori in tutte le situazioni di emergenza create dai disastri (non solo naturali) che si sono abbattuti su realtà piccole e grandi della nostra Italia: dalla ricostruzione post-sismica nell'Aquilano al complicato dopo-alluvione nel Messinese e al disorientante dopo-terremoto in una minuscola porzione d'Umbria, dalla crisi occupazionale in Sardegna al disagio crescente in importanti realtà industriali del Centro-Nord. Segni chiari, segni di speranza e di contraddizione.
«Nessuno si salva da solo», continua infatti a rammentarci Charles Peguy. Ed è quanto mai opportuno tenerlo a mente in questi mesi di crisi, mentre continua a emergere e rischia di accentuarsi una preoccupante tendenza ad affievolire gli impegni reciproci, ad allentare i legami di solidarietà, a non accettare accanto a sé presenze scomode e, comunque, "ingombranti". Il mito della "qualità della vita" porta a smarrire il senso della vita e a squalificare le vite che sono o vengono percepite come inadeguate o imperfette, vite minori e d’insuccesso: il bambino non nato, il disabile o il malato grave, l'anziano non autosufficiente, l'immigrato a cui si chiede e dà lavoro ma non vita civile, il disoccupato che pesa sulla fiscalità generale, il padre separato divenuto barbone, la madre abbandonata, la donna sola che cerca un'alternativa alla "libertà" di abortire e non riesce a trovarla nei labirinti libertari costruiti attorno al suo dramma.
«Nessuno si salva da solo». E’ proprio necessario ricordarlo in un momento storico in cui il montare dell’onda degli egoismi viene o sottovalutato o addirittura nobilitato come un conquistato approdo di autonomia e di autodeterminazione. Ci sono "architetti" che progettano una società di persone sole. Noi no. E anche il tempo della crisi può diventare un'occasione per affermarlo nei fatti. Per ribadire che c’è ancora e sempre un’alternativa a quello sguardo cupo ed escludente, che non sta scritto che nella sofferenza si debba essere soli e che la disperazione può e deve essere vinta. Il popolo della vita lo dimostra nelle opere e nei giorni. Con riconoscenza, con coraggio e con pazienza.

Da “Avvenire” di mercoledì 3 febbraio 2010
Rimini, dalla comunità Giovanni XXIII sit-in davanti agli ospedali contro l’aborto
RIMINI. In preparazione alla 32esima Giornata per la Vita domenica prossima, la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini ha organizzato 'L’ora di spiritualità', un sit in non violento e di preghiera contro gli aborti. A Rimini la manifestazione si è tenuta nella parrocchia della Resurrezione di via Ca’ Rossa, ed è stata ripetuta ieri mattina davanti all’ingresso dell’ospedale civile.
Spiega il responsabile dell’associazione, Giovanni Paolo Ramonda: «Da 11 anni in questo giorno la nostra comunità è presente davanti all’ingresso dell’ospedale, per essere sul luogo del martirio di tanti piccoli innocenti, per raccogliere il loro grido di aiuto supplicando Dio che perdoni questa strage e vi ponga fine. Questa iniziativa che si è diffusa in diverse città italiane ­prosegue - , è stata fortemente voluta da don Oreste Benzi, che continuamente spronava le coscienze a uscire dall’indifferenza e ad assumersi le proprie responsabilità di fronte al massacro dei bambini nel seno materno. Il nostro fondatore ci ripeteva continuamente: 'Anche le madri sono vittime dell’aborto e ne porteranno per sempre le conseguenze drammatiche'.
Sono vittime di una cultura di morte che ritiene naturale uccidere chi dà fastidio, spinte ad abortire da una società che non le aiuta come dovrebbe e le lascia terribilmente sole». E conclude: «L’aborto non è mai una scelta libera, ma forzata dalle circostanze, anzi, diventa un modo della società di non farsi carico dei problemi della donna incinta, lavandosene le mani».


Centri e servizi di aiuto alla vita
110mila sono i bambini aiutati a nascere dalla fondazione del primo Centro di aiuto alla vita che è avvenuta a Firenze nel 1975 a tutto il 2008. Centinaia di migliaia sono state le donne accolte, assistite, ascoltate, aiutate.
Il numero dei Centri e dei Servizi di aiuto alla vita (315 in tutta Italia) è già un dato di per sé importante, ma assai più eloquente è quello che i Cav e i Sav fanno con il loro impegno di solidarietà e di condivisione. Più delle operatrici dei Centri, sono quei bambini e le loro mamme (ogni anno 60mila donne vengono assistite in vario modo, di esse almeno la metà sono gestanti) che potrebbero raccontare storie drammatiche - quasi tutte, però, a lieto fine - di speranze perdute e ritrovate, di fiducia smarrita e restituita.
E nessuna mamma ha mai rimpianto la scelta fatta di tenersi il proprio bambino.
Invece diverse donne che avevano abortito, sono spesso diventate entusiaste operatrici dei Cav.
Anche molte donne che hanno fatto ricorso all’aborto sono state accolte e aiutate anche psicologicamente a superare le loro difficoltà.

Adozione prenatale a distanza, sostieni una mamma in difficoltà e salvi il suo bambino.
Nel 1994 è nato Progetto Gemma, servizio per l'adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà, tentate di non accogliere il proprio bambino. Una mamma in attesa nasconde sempre nel suo grembo una gemma (un bambino) che non andrà perduta se qualcuno fornirà l'aiuto necessario. Attraverso questo servizio e con un contributo minimo mensile di 160 euro, si può adottare per 18 mesi una mamma e aiutare così il suo bambino a nascere. Dalla nascita di Progetto Gemma i bambini così aiutati sono circa 14.000.
Chiunque può fare queste adozioni: singoli, famiglie, gruppi parrocchiali, di amici o di colleghi, comunità religiose, condomini e classi scolastiche. Che gioia sapere che un bambino è nato e una madre non ha abortito grazie alla tua solidarietà: sentirsi non solo genitori di un bambino, ma anche fratello o sorella di una mamma che finalmente sorride. Dividendo la spesa, l'impegno è più leggero, ma cresce la bellezza di una inedita fratellanza tra sconosciuti. Hanno aderito al Progetto anche Consigli comunali e perfino gruppi di carcerati. Capita anche che l'adozione venga proposta come dono per matrimoni, battesimi, nascite o in ricordo di una persona cara.
Centri e servizi di aiuto alla vita
RAVENNA
Via P. Costa 22
Tel. e fax 0544/35075
10-12 (tutti i giorni) 15-17 (lun,mer,gio)

www.mpv.org

Da “Avvenire” di mercoledì 3 febbraio 2010
I RAGAZZI E LO SPAZIO DIGITALE
NON LASCIAMOLI SOLI NELLE PIAZZE DEL SESTO CONTINENTE
FRANCESCO OGNIBENE
Su Internet non esiste una frontiera fisica davanti alla quale la colonizzazione si pos­sa arrestare. Il «sesto continente» digitale, co­me l’ha ribattezzato Benedetto XVI, si espan­de nell’inseguimento inesauribile tra le pre­stazioni della tecnologia e le nostre esigenze comunicative, spontanee o indotte. Lo stadio dei social network al quale siamo giunti – la galassia di bit nella quale l’opinione di chiun­que, il video artigianale, la petizione su qual­siasi causa, rimbalzano tra migliaia o milioni di utenti – è solo un crocevia provvisorio: al­tro seguirà a questa nuova esplosione creati­va nella quale chi naviga coincide con chi dà motivo agli altri di navigare, i contenuti sono scambiati in orizzontale, parole e immagini vengono immesse a ciclo continuo sul Web, reso contenitore nel quale ogni scoperta, con­tatto, iniziativa sembrano possibili. Libertà e sperimentazione, rela­zione impalpabile e sintonia profonda: le reti sociali sono am­bienti vivi, animati dal chiacchiericcio inson­ne di un popolo senza età e passaporto. Nulla conta quanto ciò che si comunica.
Schiusa la porta di que­sto pianeta immateria­le, i più giovani restano fatalmente abbacinati. La persuasione che di colpo tutto diventi plausibile li fa credere invulnerabili, al riparo da qualsiasi contatto indesiderato, come se bastasse spegnere la macchina per estingue­re un mondo ormai pervasivo e influente quanto quello tangibile. L’annuale monito­raggio dell’Associazione Meter di don Fortu­nato Di Noto, reso pubblico ieri, mostra inve­ce come di anno in anno all’espansione della galassia digitale corrisponda l’ampliarsi di u­na zona buia dove si muovono veri criminali.
Pedofilia e devianza sono reati che Meter se­gnala alle autorità di polizia perché provveda­no a neutralizzare le aree infette dentro il mag­ma delle reti sociali, restituendo il Web alla sua funzione originaria. Ma c’è una regione sem­pre più indistinta dove il limite tra normalità ed eccesso, controllo sociale e assenza di nor­me si fa inafferrabile. A volte basta davvero un clic in più per trovarsi dentro ambienti e si­tuazioni dove non esiste più filtro.
Qui l’ado­lescente – o il bambino – si trova da solo a fron­teggiare codici comportamentali e linguistici che lo proiettano dentro un contesto non suo, e dal quale nel mondo reale viene tenuto alla larga. Genitori e figure educative sembrano in­vece credere che oltre lo schermo si svolga nient’altro che un indecifrabile videogioco, do­ve i ragazzi possano rischiare al più di perde­re molto tempo. L’attenzione verso le amicizie 'reali', talora ansiosa quando non oppressiva, lascia il posto a una svagatezza distratta per le frequentazioni online, come se Internet fosse ancora quello dei tempi eroici, una televisio­ne più allegra, e non il Web sociale di oggi do­ve si allacciano incessantemente relazioni e la qualità dell’ambiente è affidata all’autodisci­plina, dunque spesso all’arbitrio e alla sopraf­fazione dei modelli. Un’antropologia casuale, dalla quale il mondo adulto non può conti­nuare a chiamarsi fuori per estraneità genera­zionale.
Occorre condividere i mondi dei propri figli, anche quelli virtuali, saperli frequentare in­sieme a loro, rendersi conto dal vivo delle co­munità nelle quali la generazione digitale pla­sma nuovi scenari piantando le tende sulle frontiere future del sesto continente. Anche questa è «sfida educativa». http://www.associazionemeter.org/

Da “Avvenire” di mercoledì 3 febbraio 2010

MAI SOTTO LE BANDIERE DI UN INDIVIDUALISMO RADICALE E IMPAURITO

I cattolici sempre e solo dalla parte della vita DAVIDE RONDONI
Non ne posso più. Lo so che non servirà più di tanto dirlo, ma con l’avvicinarsi delle elezioni regionali (come ad ogni altra elezione) inizia il tormentone: e i cattolici? Per chi voteranno i cattolici? E via con dietrologie, supposizioni, interpretazioni e filologie. Mentre le cose sono chiarissime, e solo un cieco può far finta di non vedere.
I cattolici sono una parte, non un partito. Come la Chiesa è sempre stata una parte nella storia, ma non un partito.
Nel senso che intendiamo oggi per la parola partito. Inutile chiedere a quale partito appartengono. Ma è invece chiaro da che parte stanno.
Sono la parte che ama la vita, in questa epoca della paura della vita. E dunque questa parte, questa fazione, questa brigata o questa strano popolo, sarà dalla parte di coloro che amano la vita, in tutti i suoi aspetti. È una parte, a cui si oppongono altre parti. E duramente, lo abbiamo visto, in nome di un individualismo radicale e impaurito. Solo un cieco può non vedere che questo amore è trasversale agli schieramenti, così come pure trasversalmente viene negato. Il Papa e il presidente dei vescovi italiani mi pare abbiano detto di auspicare il sorgere di una nuova leva di politici cattolici, non una nuova forma di partiti cattolici. Le cose stanno così, stanno chiaramente, e dunque ogni confusione è finta, è voluta. Non è la Chiesa a fare le leggi elettorali.
A dettare le condizioni in cui si vota. I cattolici sapranno chi votare, almeno quelli che stanno attenti alle indicazioni della Chiesa.
Perché sono in tanti a genuflettersi e a baciare anelli sotto elezioni (o a fare finta).
Ma non sono molti ad ascoltare. I cattolici lo sanno. Non sono degli ingenui. E sanno che la politica, come constatava il cardinal Ratzinger, è luogo del compromesso.
Ed è luogo della carità, richiamava Paolo VI. Per i cattolici sono poco importanti le questioni di schieramento, perché hanno già qualcosa per cui sono schierati.
Prima e dopo le elezioni. Sono gli altri che fanno un sacco di problemi, un sacco di sofismi, un sacco di giravolte per giustificare i loro schieramenti politici. Perché non hanno altro per cui sono schierati, se non il potere e l’appartenenza politica. I cattolici hanno uno schieramento ben prima che politico. Uno schieramento in cielo. Nel senso che credono alle cose del cielo. E uno schieramento in terra, nel senso che amano la vita e le condizioni per cui essa può continuare a essere donata. E servita, e sviluppata. Perciò sono una parte, non un partito. E nemmeno due o tre partiti. Ma una parte. Che inquieta e tormenta tutti i partiti. Che non lascia in pace nessuno schieramento. E che non si riduce a nessuno schieramento. I partiti vorrebbero che la Chiesa fosse un partito. Il loro, possibilmente, così da lucrare consenso. O quello dell’avversario, così da poterla attaccare più comodamente. E invece i cattolici non ci stanno al gioco imposto da chi vorrebbe comandare tutti i campi, quelli della politica, della società e dei valori. Non tutto è politica, e non tutto si riduce agli schieramenti elettorali. Ci provano sempre a ridurre la Chiesa a politica, i suoi nemici esteriori e a volte i suoi nemici interni. Una Chiesa-partito fa comodo a chi pensa che tutto si determini politicamente.
Preferirebbero dei cattolici-partito, piuttosto che dei cattolici dalla parte di alcune grandi cose. Li potrebbero sistemare, o comandare, o potrebbero fare concessioni politiche. Invece la libertà di essere dalla parte della vita continua a rendere meno tranquillo il sonno in cui spesso cade la politica, quando dimentica a cosa serve. I cattolici facendo la loro parte aiutano la politica di tutti a non essere fine a se stessa o al perseguimento del solo potere. In questo senso, la presenza della parte dei cattolici è oggi uno delle garanzie migliori di una buona democrazia.

Da “Avvenire” di sabato 30 gennaio 2010

Crocifisso, al via il ricorso dell’Italia
L’Italia ha presentato ieri alla Corte dei diritti dell’uomo il ri­corso contro la sentenza sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. È quanto si è appreso dalla Corte di Strasburgo. La domanda di ri­corso sarà ora esaminata dal collegio di cinque giudici della Grande Camera ( la sezione della Corte che normal­mente si occupa dei ricorsi e delle cau­se più importanti) di cui non fanno par­te i giudici che si sono espressi per la prima sentenza.
La domanda, spiegano dalla Corte, verrà presa in considerazione quanto prima, forse già a marzo, per valutarne la ricevibilità.
Nella sentenza dello scor­so 3 novembre, l’Italia era stata con­dannata, secondo quanto stabilito dai giudici, per aver violato il diritto a e­ducare i figli secondo le loro convin­zioni e il diritto alla libertà di religione dei ragazzi. Da allora, al coro di critiche espresse in modo trasversale dal mon­do politico, si era aggiunto anche il pro­posito di intervenire al più presto con­tro quanto stabilito da Strasburgo.
Il 21 gennaio scorso, era stato il sottosegre­tario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, intervenendo a una con­ferenza all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, a preannunciare il ricor­so del nostro Paese. « Abbiamo fiducia – disse in quell’occasione Letta – che la Corte dei diritti umani di Strasburgo ri­pari quello che consideriamo un grave torto alla cultura prima ancora che al diritto, allo spirito prima ancora che al sentimento religioso » .
Immediato il plauso del presidente del­la Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. « È da apprezzare decisamente questa ini­ziativa del governo italiano – disse Ba­gnasco –. La sentenza veramente va contro non solo all’oggettività della sto­ria europea ma anche al sentire popo­lare della gente » .
Secondo fonti della Corte, la domanda potrebbe essere presa in considerazione al più presto, forse già a marzo.

Domenica 7 e 14 febbraio Carnevale dei Ragazzi - Città di Ravenna
La tradizionale sfilata di carri allegorici si svolge ogni anno a Ravenna lungo Via di Roma e Viale Santi Baldini con numerosi gruppi di bambini e ragazzi in maschera, band musicali e allegre animazioni.
La manifestazione Carnevale dei Ragazzi Città di Ravenna è organizzata dal Comitato del Carnevale dell' Ufficio Pastorale Giovanile di Ravenna ed i carri sono allestiti da varie parrocchie della città. Inizio sfilate ore 14.30.
Per l'occasione in entrambe le giornate a Ravenna annullo postale speciale su cartolina del Carnevale. Il 14 febbraio il Carnevale sarà a Punta Marina Terme.

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Riportiamo di seguito l’articolo pubblicato sul quotidiano “Avvenire” di mercoledì 18 febbraio 2009 firmato da Franco Gàbici, autore del libro La Lôva. Trent’anni di Carnevale a Ravenna (Itaca) che ripercorre la storia di 30 anni di Carnevale a Ravenna con storie, documenti e curiosità, foto d’epoca e moderne.

Coriandoli contro il comunismo
IL CARNEVALE DEL CARDINALE

Fu l’arcivescovo Lercaro negli anni Cinquanta a promuovere a Ravenna la rinascita della sfilata delle maschere, per contrastare le organizzazioni «rosse»
A Ravenna prima del 1952 il Carnevale era solamente un ricordo lontano nella memoria di qualche nonno. Gli ultimi coriandoli e stelle filanti, infatti, avevano svolazzato nel festoso clima del carnevale alla fine dell’Ottocento, quando le feste erano organizzate, con intenti filantropici, dalla Società della Mariola. Poi un lungo silenzio.
Ma all’inizio degli anni Cinquanta del secolo corso qualcosa si muove e l’arcivescovo di Ravenna monsignor Giacomo Lercaro decide di dar fuoco alle polveri e di preparare un Carnevale degno della migliore tradizione.
Le feste del Carnevale, con tanto di sfilata di carri per le vie della città, non nascono però come un fungo dopo la pioggia, ma sono suggerite da un evento particolare.
Il clima degli anni Cinquanta è caratterizzato da forti polemiche fra cattolici e comunisti e questi ultimi sono considerati un vero pericolo da combattere e da «arginare». Non a caso il settimanale cattolico che inizia le pubblicazioni nell’immediato dopoguerra si chiama proprio «L’Argine».
Nel gennaio del 1952 la città di Ravenna ospita il primo raduno dell’API (Associazione Pionieri Italiani) che richiama nel salone della «Camera del lavoro» alcune centinaia di ragazzi ai quali vengono proposti slogan in evidente contrasto con la Chiesa.
I ragazzi erano chiamati i «Pionieri» perché leggevano un giornale che aveva lo stesso titolo, “Il Pioniere”, e inoltre agli associati veniva rilasciata una tessera che assomigliava molto a quelle distribuite delle associazioni cattoliche. I ragazzi della Azione Cattolica leggevano “Il Vittorioso”, uscito nel 1937 e che ebbe fra i suoi direttori Luigi Gedda e Carlo Carretto. “Il Pioniere”, invece, iniziò le pubblicazioni all’inizio degli anni Cinquanta.
L’API, si legge in una cronaca, «non vuole creare ragazzi che siano disposti a chinare la testa di fronte al potente bensì uomini che sappiano lottare contro di esso per portare l’uguaglianza e la fratellanza».
I messaggi sono molto politicizzati e forse un po’ troppo forti per ragazzi di giovane età: «Il Pioniere, ragazzo scelto, deve sentire la lotta di classe, deve fin dai primi anni della sua fanciullezza crearsi la mentalità socialista, deve odiare il ricco… al fine di eliminarlo e instaurare la giustizia sociale». Ma gli organizzatori hanno le idee ben chiare e lanciano una ben precisa sfida a quelli dell’Azione Cattolica formulando accuse gratuite: «Oggi noi lanciamo una sfida all’Azione Cattolica che è una setta di ragazzi depravati. Nei ricreatori dei preti si studia di attirare col pallone e il calcio-balilla le simpatie dei ragazzi, per impartire loro una educazione legata a troppi loschi interessi privati che riempie il loro animo di odio e di intolleranza. Maestre dell’AC hanno strappato copertine di quaderni raffiguranti gesta di partigiani… Le scuole serali sono una propaganda di calunnie contro il Comunismo… A Faenza, ove vi è un sindaco DC, le scuole sono indecenti e i fanciulli che le frequentano si trovano nel pericolo di contrarre la tubercolosi… Ma l’Azione Cattolica presto avrà finito la sua marcia perché sta ora finalmente subentrando anche in Italia la sensibilità della nuova educazione, e questa sensibilità è stata suscitata solo dall’API».
Il cronista informa anche che un professore aveva proposto di cambiar nome perfino ai tradizionali giochi dei ragazzi. «Guardie e ladri», ad esempio, si sarebbe trasformato in «Capitalisti e proletari», mentre il «Gioco dell’oca» sarebbe diventato «La marcia del proletariato».
Al raduno dei Pionieri vengono offerti ai ragazzi alcuni spettacoli fra i quali il cronista ricorda una poesia contro il governo, una caricatura della scuola nella quale la maestra picchia col righello le dita dei piccoli contadini e regala doni ai figli dei ricchi e un’altra dove il figlio di un contadino non sa leggere perché il prete avrebbe convinto la madre a non farlo studiare.
Questo, dunque, il clima che si respira in quegli anni e proprio in seguito alle accuse lanciate dai Pionieri l’arcivescovo monsignor Lercaro decide di passare al contrattacco e convoca nel suo studio la «Commissione diocesana per la fanciullezza» della quale fanno parte l’assistente don Arrigo Barboni, Maria Teresa Venturi, Maria Orselli, Elena Frattini Guberti e Dora Marani Dragoni. Alla riunione partecipa anche Gusella Fabbri in rappresentanza delle signore della città.
Il verbale della seduta è molto chiaro: «L’intento di S.E. era di attirare il maggior numero possibile di ragazzi alle Parrocchie. Lo spunto di questa iniziativa fu dato all’Arcivescovo dal Congresso del Partito Comunista per tutti i fanciulli iscritti all’API (tenutosi a Ravenna nel mese di gennaio). In tale congresso vennero accusati i Sacerdoti di accattivarsi le simpatie dei ragazzi tramite il divertimento. L’Arcivescovo, venuto a conoscenza di ciò, volle che tale accusa fosse vera e ideò il Corso mascherato delle Parrocchie che fu lanciato come “Il Carnevale dei Ragazzi”».
Nelle successive riunioni vennero stabilite le regole per la partecipazione, così riassunte nel verbale: «1) Ogni Parrocchia doveva impegnarsi a preparare un carro allegorico, affrontando qualunque ostacolo e difficoltà finanziarie, 2) Cercare aiuti di persone competenti e capaci anche a pagamento, 3) Il lavoro doveva essere eseguito dai ragazzi iscritti e non iscritti all’A.C. collaborando coi più grandi, 4) Far pervenire in busta chiusa, nel limite di una settimana, il soggetto scelto per la partecipazione al corso mascherato, 5) Per il progetto e per la lavorazione era stabilito di conservare il massimo segreto, 6) Per i carri migliori si fissarono tre premi. Primo premio £. 10.000, secondo £. 5.000, terzo £. 5.000».
In una successiva riunione l’arcivescovo illustrò il suo programma «e la necessità e la bellezza dello scopo della festa che non aveva solo carattere folcloristico, ma soprattutto educativo e apostolico». Con la sfilata dei carri, dunque, l’arcivescovo intendeva offrire alla sua diocesi una importante occasione di svago e di divertimento trasformando il lieto evento del carnevale in un importante momento di aggregazione che avrebbe riunito grandi e piccini.

Franco Gabici
La Lôva
Trent'anni di Carnevale a Ravenna

Domenica 7 e 14 febbraio
Carnevale dei Ragazzi - Città di Ravenna
La tradizionale sfilata di carri allegorici si svolge ogni anno a Ravenna lungo Via di Roma e Viale Santi Baldini con numerosi gruppi di bambini e ragazzi in maschera, band musicali e allegre animazioni.
La manifestazione Carnevale dei Ragazzi Città di Ravenna è organizzata dal Comitato del Carnevale dell' Ufficio Pastorale Giovanile di Ravenna ed i carri sono allestiti da varie parrocchie della città. Inizio sfilate ore 14.30.
Per l'occasione in entrambe le giornate a Ravenna annullo postale speciale su cartolina del Carnevale.
Il 14 febbraio l'evento si svolgerà lungo le vie e piazze principali della località turistica Punta Marina Terme.

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