sabato 19 giugno 2010

PORTAPAROLA 19 GIUGNO 2010







da Avvenire di martedì 15 giugno 2010
Angelus di Benedetto XVI domenica 13 giugno 2010
«I PRETI, OPERAI DELLA CIVILTÀ DELL’AMORE»
Cari fratelli e sorelle!
Si è con­cluso nei giorni scorsi l’Anno Sacerdotale.
Qui a Roma ab­biamo vissuto giornate indimenti­cabili, con la pre­senza di oltre quindicimila sa­cerdoti di ogni parte del mondo. Perciò, oggi desidero rendere gra­zie a Dio per tut­ti i benefici che da questo Anno sono venuti alla Chiesa universale.
Nessuno potrà mai misurarli, ma certamente se ne vedono e ancor più se ne vedranno i frutti.
L’Anno Sacerdotale si è concluso nel­la solennità del Sacro Cuore di Ge­sù, che tradizionalmente è la «Gior­nata di santificazione sacerdotale»; questa volta lo è stata in modo del tutto speciale.
In effetti, cari amici, il sacerdote è un dono del Cuore di Cri­sto: un dono per la Chiesa e per il mondo. Dal Cuore del Figlio di Dio, traboccante di carità, scaturiscono tutti i beni della Chiesa, e in modo particolare trae origine la vocazione di quegli uomini che, conquistati dal Signore Gesù, lasciano tutto per de­dicarsi interamente al servizio del popolo cristiano, sull’esempio del Buon Pastore. Il sacerdote è pla­smato dalla stessa carità di Cristo, quell’amore che spinse lui a dare la vita per i suoi amici e anche a per­donare i suoi nemici.
Per questo i sa­cerdoti sono i primi operai della ci­viltà dell’amore. E qui penso a tante figure di preti, noti e meno noti, al­cuni elevati all’onore degli altari, al­tri il cui ricordo rimane indelebile nei fedeli, magari in una piccola co­munità parrocchiale. Come è acca­duto ad Ars, il villaggio della Francia dove svolse il suo ministero san Gio­vanni Maria Vianney. Non c’è bisogno di aggiungere parole a quanto è stato detto su di lui nei mesi scorsi. Ma la sua intercessione ci deve accom­pagnare ancora di più da ora in a­vanti. La sua pre­ghiera, il suo «Atto di amore» che tan­te volte abbiamo recitato durante l’Anno Sacerdotale, continui ad ali­mentare il nostro colloquio con Dio.
Un’altra figura vorrei ricordare: don Jerzy Popieluszko, sacerdote e mar­tire, che è stato proclamato beato proprio domenica scorsa, a Varsa­via. Ha esercitato il suo generoso e coraggioso ministero accanto a quanti si impegnavano per la libertà, per la difesa della vita e la sua dignità. Tale sua opera al servizio del bene e della verità era un segno di contrad­dizione per il regime che governava allora in Polonia. L’amore del Cuore di Cristo lo ha portato a dare la vita, e la sua testimonianza è stata seme di una nuova primavera nella Chie­sa e nella società. Se guardiamo alla storia, possiamo osservare quante pagine di autentico rinnovamento spirituale e sociale sono state scrit­te con l’apporto decisivo di sacerdoti cattolici, animati soltanto dalla pas­sione per il Vangelo e per l’uomo, per la sua vera libertà, religiosa e civile. Quante iniziative di promozione u­mana integrale sono partite dall’in­tuizione di un cuore sacerdotale!
Cari fratelli e sorelle, affidiamo al Cuore Immacolato di Maria, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria li­turgica, tutti i sacerdoti del mondo, perché, con la forza del Vangelo, con­tinuino a costruire in ogni luogo la ci­viltà dell’amore.


da Avvenire di martedì 15 giugno 2010
ABBIAMO MAI PROVATO A «DISTURBARE» IL SIGNORE?
La testimonianza di un prete presente in Piazza san Pietro durante la Veglia con il Santo Padre giovedì 10 giugno
don Nicolò Anselmi don.nico@liebro.it
Ho avuto il dono di poter partecipare alle giornate conclusive dell’Anno Sa­cerdotale indetto in occasione del 150° anniversario della morte del santo Curato d’Ars; la veglia di pre­ghiera di giovedì sera e la Conce­lebrazione eucaristica di venerdì 11 sono stati due momenti indimen­ticabili. Durante la veglia ho sen­tito in modo quasi palpabile la pre­senza di Dio. Il Papa si è rivolto alle migliaia di sacerdoti presenti con una grande carica di affetto e di paternità; mi sono sentito consolato e amato; molti preti erano giovani. Il Santo Padre ha parlato con il cuore; in mano teneva un plico di fogli scrit­ti ma non li ha mai consultati. Pen­so che ogni prete presente abbia ri­cevuto, dalle parole del Papa, una piccola luce sul proprio ministero; per quanto mi riguarda so, dalla mia esperienza e dall’esperienza di tanti confratelli, che la pastorale giovanile richiede tempo; spesso i preti giovani hanno molti incari­chi, sono stanchi e stressati. Il Pa­pa ha ricordato che ai preti non è chiesto di fare tutto, è chiesto di seguire il Signore, di vivere con fe­de, colmi di gioia, di essere capaci di parlare di Gesù e con Gesù.
Il Santo Padre ci ha detto che per conoscere Gesù è necessario pre­gare, dedicare tempo ed energia al­lo «stare con il Signore», ad ascol­tare la sua voce e a «disturbarlo» con le nostre preghiere. Benedetto XVI è stato straordinariamente profondo e semplice. Ha parlato di comunità cristiane, di parroc­chie come di veri luoghi di fede, dove si respira il Vangelo e l’amo­re, dove i giovani possono cresce­re, ascoltare la voce di Gesù e sco­prire la vocazione. A un certo punto il Papa, rivol­gendosi ai 15.000 preti e citando san Carlo Borromeo, ha parlato della necessità di riposare, di pren­dersi cura della propria anima; a queste parole è esploso un ap­plauso. In piazza San Pietro, gio­vedì sera si respirava l’amore di Dio; a un certo punto l’amore si è reso presente perché abbiamo vis­suto un momento di Adorazione eucaristica. Ho sfruttato l’occasio­ne per pregare per don Mimmo, il sacerdote con cui collaboro, che e­ra in Terra Santa con un gruppo di giovani, per i miei compagni di se­minario, la mia famiglia, le perso­ne a me care, per il mondo.
I canti e le preghiere hanno fatto da cornice ad un silenzio profon­do. Gli occhi e il cuore delle 20.000 persone presenti sembravano es­sere rivolti completamente verso Gesù; dal cielo blu si udiva solo il gracchiare di un gabbiano che vol­teggiava, portato dal vento: mi è sembrata per un attimo la colom­ba dello Spirito Santo che com­piaciuto guardava dall’alto la sua Chiesa:preti, vescovi, laici, uomi­ni e donne, bambini, ragazzi, gio­vani e adulti, suore e consacrati; u­na famiglia la cui vita è attraversa­ta da gioie e da sofferenze ma che è sempre bella, adorante e stretta intorno al suo Signore. I due in­contri con il Papa e i confratelli mi hanno rigenerato.

da Avvenire di martedì 15 giugno 2010
LE ESEQUIE DI MONSIGNOR PADOVESE
IL CHICCO DI GRANO E LE PIETRE DEL VANGELO
FRANCESCO OGNIBENE
Nella nitidezza tagliente del Vangelo, è una condizione assoluta di efficacia: se il chicco di grano non muore» «rimane solo», il frutto lo dà «se invece muore». È così in natura, l’evidenza nota a tutti che occorre un sacrificio perché ci sia pane.Un linguaggio aspro, a sentirlo echeggiare com’è accaduto ieri ieri sotto le volte del Duomo di Milano davanti al feretro di monsignor Luigi Padovese, il vescovo dell’Anatolia brutalmente ucciso in circostanze non ancora chiarite.
Al cardinale Tettamanzi, amico di Padovese e pastore della Chiesa ambrosiana di cui il vescovo cappuccino era figlio, l’immagine evangelica è sembrata la misura esatta di una morte tragica e impensabile, destinata – nelle parole della sua bella omelia – a dare speranza e non a negarla.
È la logica del chicco di grano, paradossale ma necessaria, a documentare che occorre spingere lo sguardo oltre il dolore per un sacrificio che appare insensato, fine a se stesso. Come si possa entrare in questo orizzonte interamente cristiano l’hanno afferrato le migliaia di milanesi che ieri hanno stipato la cattedrale – un lunedì mattina, nella metropoli febbrile –, insieme a decine di loro parroci, come spinti dall’intuizione che in quel rito non solo avrebbero reso omaggio a un pastore pronto a dare la vita per il suo popolo ma gli sarebbe divenuto evidente un segreto della loro stessa fede. Una meditazione sulla chiamata cristiana e le sue esigenze, racchiusa nel seme che dà vita ad altri semplicemente perché è pronto a lasciare sé stesso nella terra e generare così una realtà tutta nuova.
La dedizione al Vangelo – quella del missionario come del cristiano qualsiasi – è tutta segnata dalla prontezza a farsi chicco pieno di vita, minuscolo ma decisivo: nessun’ansia di crociata (com’è pure capitato di leggere nei giorni scorsi), niente caricature remissive di una fede invece sempre e ovunque esigente, a Milano e in Turchia. La serietà della vocazione cristiana sta tutta nelle parole che Tettamanzi a un certo punto ha scandito, a pochi metri dalle spoglie di un vescovo ucciso per motivi oscuri: «Vogliamo accogliere e affrontare – ha detto, facendosi carico delle lacrime e degli impegni di tutti – la sfida di essere sempre più coscienti della nostra identità cristiana e di saper offrire, senza alcuna paura, sempre e dappertutto, la testimonianza di una vita autenticamente evangelica: amando Cristo e ogni uomo 'sino alla fine'».
Finché ci saranno in giro per le nostre città e per il mondo cristiani capaci di questa mite fermezza, di questa fibra umile e tenace, la speranza può ancora essere l’esito inaudito persino di un sacrificio efferato, che non domanda vendetta, o rivincita, ma verità e coerenza. Da Iskenderun – a due passi da Tarso – è risuonata sotto le volte del duomo milanese la voce di una chiamata che riguarda tutti, resa una volta ancora credibile e vera dal sangue, com’è sempre stato nel diario di famiglia della Chiesa.
Ecco perché – sono ancora parole del cardinale Tettamanzi – occorre sentirsi legati alla Chiesa di Turchia e di tutto il Medio Oriente, la Chiesa delle origini e delle radici, oggi «in modo ancora più profondo e particolare». La testimonianza coraggiosa e lieta di un drappello di cristiani che dall’Anatolia a Gerusalemme presidia le pietre della memoria cristiana, e che sembra doverci ricordare quei Dodici della prima ora, parla in realtà a ciascuno di noi, cristiani cresciuti sulle loro spalle, pronti a lesinare su quasi ogni capitolo della fede sino a inciampare su un chicco di grano che, morendo, proprio non ci dà tregua.
Monsignor Padovese aveva messo in conto di poter essere chiamato a dare la vita: ma non è forse vero che questo vale per ogni battezzato, nei modi in cui oggi il relativismo ci tende i suoi suadenti tranelli? Il frutto verrà, questo è certo: ma solo se quel seme, preparato per schiudersi, troverà terreno fertile nel nostro vivere.

da Avvenire di venerdì 18 giugno 2010
IL CRISTIANESIMO E LA «TRIBOLAZIONE NEL MONDO» CONTRO LA TENTAZIONE DI CEDERE AL PESSIMISMO
CARLO CARDIA
A volte, nei momenti difficili della storia del cristianesimo c’è la tentazione di cedere al pessimismo. Di recente la tentazione si è avvertita più forte in interventi che sottolineano il rischio di un declino del cristianesimo, con argomenti un po’ confusi e affastellati. Secondo una certa lettura, la secolarizzazione1 falcidia il cattolicesimo occidentale, e il cristianesimo rischia di scomparire nel Medio Oriente per la morsa del fondamentalismo islamico, che anche in Africa sta contendendo ai cristiani ogni possibile spazio. Le Chiese hanno poi le loro colpe, i protestanti degli Stati Uniti sono spesso ripiegati in una visione negativa e a-storica della realtà, la Chiesa cattolica ha constatato l’infedeltà di alcuni suoi membri; ancora, il cristianesimo è sulla difensiva in Oriente per l’ostilità di estremisti indù, per l’aggressività di settori islamici e perduranti avversioni ideologiche.
Infine, secondo una riflessione condotta sul filo del paradosso da Ida Magli nei giorni scorsi, i cristiani non rendono testimonianza a Gesù, quasi lo dimenticano, riducono la fede al compimento di opere buone ma prive dell’afflato spirituale che è l’essenza del cristianesimo.
In questo modo pezzi di verità si alternano a singolari silenzi, le glorie dei cristiani come il martirio e le persecuzioni sono considerate passività, e filtra quasi un rimpianto per quella Chiesa trionfante (Ecclesia triumphans ) che ci è stata consegnata dall’iconografia del passato. Si perde di vista, però, la novità epocale in cui siamo immersi, per la quale la storia umana è divenuta planetaria e universale, e il cristianesimo ne patisce i limiti e le sofferenze ma ne vive anche le gioie e i traguardi.
Occorre vedere le cose un po’ da lontano per una giusta prospettiva di valutazione.
Da poco tempo è scomparso il comunismo 'realizzato' che ha dominato per decenni parti importanti d’Occidente, e le Chiese cristiane (cattolica, ortodossa, protestanti) sono rifiorite nel cuore di popolazioni quasi cancellate dalla mappa delle religioni.
Cattolici e ortodossi hanno fatto grandi passi in avanti per superare una storia secolare di divisioni e di conflitti, e rinsaldare un legame forte che dia speranza ai cristiani di tutto il mondo.
In Africa la religione cristiana, pur con diverse denominazioni, si è diffusa come mai era accaduto, e vive la concorrenza con l’islam, in alcuni casi drammatica, in altri con forme accettabili di convivenza. Il martirio e le persecuzioni rattristano e spingono ad agire perché non si ripetano, ma sono anche il segno più grande di un cristianesimo vivo, forte e radicato nella fede, come tante volte in passato. Anche la secolarizzazione europea e un certo pessimismo del protestantesimo americano sono il frutto di situazioni storiche nuove, che non sono chiuse e cristallizzate nel tempo. Insomma, al quadro tutto opaco cui si tende a indulgere può sostituirsi un caleidoscopio più complesso, per certi aspetti ricco di speranze.
Dove, invece, non si può cedere al pessimismo è quando si parla del declino della figura, e della parola di Gesù. Se così fosse, per chi crede veramente, secondo il monito di Paolo, tutto sarebbe già perso. Ma non è così, né agli occhi della ragione né a quelli della fede. I cristiani possono sbagliare, le Chiese hanno commesso errori nella storia, e la storia stessa condiziona le Chiese. Ma senza la presenza di Gesù di Nazaret, e la fede totale in lui di milioni e miliardi di uomini nel corso dei tempi, il mondo come è oggi non esisterebbe, non avremmo avuto quel cammino tumultuoso e splendido che l’umanità ha fatto in duemila anni, che sono come «un soffio agli occhi di Dio» e di fronte alla storia. Alcune visioni apocalittiche dei primi tempi del cristianesimo hanno preannunciato i guasti che si determinano quando ci si allontana dalla parola di Dio, e gli uomini spesso li verificano direttamente. Però, secondo la sua parola, Gesù sarà con noi sino alla fine dei secoli; egli ha parlato delle «tribolazione nel mondo» ma ha chiesto fede perché «io ho vinto il mondo» (Gv, 16, 33) e perché io sarò «con voi tutti i giorni», fino alla fine dei secoli ( Mt, 28, 20).
Forse il più grave peso che oggi portano i fedeli in Gesù Cristo è la loro divisione e una rinnovata unità cambierebbe ancora la storia dell’umanità. Le difficoltà del tempo presente, però, non devono attenuare la fiducia, in certa misura devono accrescerla perché Gesù non è venuto per conservare l’esistente, ma aiutare l’uomo a crescere in fede e conoscenza e fare dell’umanità una famiglia unita nel rispetto della legge di Dio, nell’amore per il prossimo e la vita in ogni sua manifestazione. Il traguardo è lungi dall’essere raggiunto, ma il cristiano deve respingere il pessimismo, convinto che non trionferà il male.

1 Definizione di secolarizzazione
Con “secolarizzazione” si intende un processo che ha caratterizzato soprattutto i paesi occidentali in età contemporanea e ha portato al progressivo abbandono degli schemi religiosi e di un comportamento di tipo sacrale. Secondo le teorie della secolarizzazione, la modernità si accompagnerebbe inseorabilmente al declino del sacro, il quale sarebbe inversamente proporzionale all’aumento del progresso, alla diffusione dell’istruzione, ai processi di urbanizzazione e industrializzazione.
Tratta da: Jurgen Habermas - Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), Ragione e fede in dialogo, a cura di G. Bosetti, Marsilio, 2005

da Avvenire di venerdì 18 giugno 2010
BADANTI, SERBATOIO DI LAVORO NERO
È un lavoro a tutti gli effetti ma, troppo spesso, non è considerato tale. E a farne le spese sono immigrate con stipendi bassissimi

DA ROMA LUCA LIVERANI
Attenzione: il settore dell’as­sistenza domestica rischia di essere «il ventre molle dell’immigrazione». Se non viene regolamentato, avverte il sociologo Maurizio Ambrosini, resta un ser­batoio di irregolarità. Perché con­viene - almeno all’inizio - alle lavo­ratrici che col salario spesso otten­gono anche un alloggio ed evitano controlli. E ai datori di lavoro che ri­sparmiano.
Il professor Ambrosini segnala la falla nel sistema al semi­nario Acli sul progetto del Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati: per gli italiani una campagna per ricordare che è un lavoro vero che merita considerazione ed esige di­ritti, per le immigrate percorso di formazione a Udine, Roma e Napo­li con corsi di italiano, informatica, parainfermieristica, autoimprenditorialità.Per il sociologo dunque «è un mer­cato del lavoro ampiamente irrego­lare, sia contrattualmente che per gli ingressi, visto che pochi assu­mono un lavoratore all’estero sen­za conoscerlo», come vorrebbe la legge. «Entrano regolarmente con un permesso turistico temporaneo e trovano un impiego che garantisce spesso anche l’alloggio», al riparo «dai controlli delle autorità».
Vantaggi che li spingono ad accettare stipendi bassissimi e in nero. «Se non cambia il sistema – dice il so­ciologo – la sacca dell’irregolarità continuerà a riprodursi e le sanato­rie, magari travestite da flussi, si ri­peteranno ». Loro, colf e assistenti, riescono a mandare a casa «tra il 50 e il 90% del­la paga», dice Cristina Mazzacurati, ricercatrice all’Orientale di Napoli.
«E il pil della Moldavia – rivela – per il 97% è costituito dalle rimesse de­gli immigrati». Il rapporto con la fa­miglia spesso è ambiguo: «Accolta spesso come un membro, ma non di rado sfruttata, l’assistente si li­cenzia perché trova di meglio, s’è regolarizzata, o ricongiunta con la sua vera famiglia.
E viene considerata una traditrice. Più che la fine di un rapporto di lavoro, è vissuta come un divorzio». Quello delle assisten­ti, dice il presidente delle Acli An­drea Olivero, «è un vero lavoro, svol­to da donne che hanno lasciato la fa­miglia per assisterne un’altra, spes­so non riconosciuto come tale».

da Avvenire di venerdì 18 giugno 2010
Il cardinale vicario Vallini al Convegno diocesano: segnali di divaricazione tra fede dichiarata e vissuta
SALVARE LA DOMENICA «GIORNO DELLA FAMIGLIA»
«È necessaria un’inversione di tendenza, che incoraggi stili di vita alternativi, educando a una maggior sobrietà nei consumi»
DA ROMA ANGELO ZEMA
«La pratica dell’aborto, gli abusi sessuali e le violenze morali, l’uso e lo spaccio delle droghe, i fallimenti matrimoniali, il tasso di litigiosità e di intolleranza, invidie e gelosie, il disimpegno nei doveri, l’idolatria del denaro e del potere, lo sfruttamento dei prestatori d’opera, il disinteresse verso poveri, immigrati, anziani, la speculazione negli affitti, l’evasione fiscale»: un triste elenco di «evidenti e gravi controtestimonianze» nella capitale.
Le definisce così il cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma, nella relazione al Convegno diocesano che ha seguito l’intervento del Papa (pubblicato ieri integralmente da Avvenire) e prepara il terreno alle assemblee parrocchiali, tappa conclusiva della tre giorni. Gli oltre duemila presenti nella Basilica di San Giovanni in Laterano, mercoledì sera, lo applaudono.
Concordi nell’analisi del «contesto culturale divenuto non solo largamente indifferente ma nel quale cresce un atteggiamento e forse uno spirito di distanza, di allontanamento, che talvolta diventa sprezzante, quando non apertamente ostile alla Chiesa».
E consapevoli che, di fronte ai «segnali forti di marcata divaricazione tra la fede dichiarata, anche da parte di chi partecipa all’Eucaristia domenicale, e la vita concreta», la «vera forza è quella della testimonianza».
Con un’attenzione, un’accoglienza dell’altro che partano dal culmine della vita cristiana, una Eucaristia vissuta.
E proprio su questo rapporto tra l’Eucaristia, specialmente quella domenicale, e la testimonianza della carità si è articolata la riflessione di oltre 300 parrocchie romane in quest’anno pastorale, analizzata poi nella relazione del cardinale vicario Vallini con alcune proposte concrete da discutere nelle assemblee. Al centro, il rilancio della formazione, una «sfida da affrontare» per una catechesi eucaristica sistematica e per un’adeguata animazione della carità.
Raccogliendo le indicazioni fornite da Benedetto XVI, Vallini sottolinea che «la questione pastorale di fondo resta l’incontro con Cristo e dunque la riscoperta della fede».
Ed esorta a «salvare» la domenica come «il giorno della famiglia» in cui «curare le relazioni interpersonali», di fronte alle difficoltà provocate da «stili di vita indotti soprattutto dal consumismo» e da un sentire collettivo per cui «la domenica è percepita da molti come l’ultimo giorno del week-end e per altri, al contrario, è un giorno soggetto alla dura servitù del lavoro».
Come salvarla?
Con un’«inversione di tendenza» che incoraggi «stili di vita alternativi, educando ad una maggiore sobrietà nei consumi» e promuovendo «giornate comunitarie».
Per una formazione alla testimonianza della carità, afferma Vallini, «la prima azione pedagogica è la celebrazione eucaristica».
Da curare con attenzione in tutti i suoi aspetti, per esempio attraverso un gruppo liturgico. Dando vita ad una «catechesi programmata e ben preparata» che offra le verità essenziali del mistero eucaristico, sia attraverso gli itinerari di formazione ordinari sia con altri momenti (esercizi spirituali, adorazione eucaristica, settimane eucaristiche).
A questo impegno va affiancata la cura per lo «sviluppo umano e spirituale dei cristiani» verso uno stile di vita improntato alla «ospitalità del cuore». Così da far crescere il tanto bene già presente. Infatti, conclude Vallini, «non mancano cristiani il cui vissuto nascosto irradia vera carità nei rapporti personali, nelle famiglie, nei luoghi di dolore, negli ambienti educativi, di formazione culturale e di lavoro e in mille altre situazioni di vita».

da Avvenire di giovedì 17 giugno 2010
IL GRANDE NULLA IN QUEL RONZIO CONFORMISTA
Macché «vuvuzelas» Ridateci la tromba del Filadelfia
UMBERTO FOLENA
Ronzano. Come uno sciame di vespe in perenne eccitazione sopra una torta di mirtilli.
Ricordano gli angosciosi muggiti delle macchine distruttrici degli invasori marziani della 'Guerra dei mondi'. Un cupo suono insistente, pieno, pienissimo, assordante; eppure vuoto.
Le vuvuzelas non sono semplici trombette con le quali alcune migliaia di sciagurati pensano di allietare le partite del Mondiale sudafricano. Sono la colonna sonora della consumerist society, la società di consumatori dove tutti dobbiamo essere diversi, in competizione, ma tutti finiamo per diventare uguali, irregimentati.
Narrano le antiche cronache pedatorie che al Filadelfia il Toro corricchiava, annoiato, quasi scherzando con i malcapitati avversari. Ad un certo punto un mitico trombettiere intonava una carica che tra gli spalti doveva spiccare formidabile e tremenda, come una sorta di sentenza. E lo era. A quel punto Valentino Mazzola si rimboccava ­letteralmente - le maniche della casacca granata, cambiava ritmo, chiamava i compagni alla pugna e i palloni grandinavano in area.
Realtà o leggenda, le vuvuzelas sono l’esatto contrario. Stanno alla tromba del Filadelfia come uno scipito junk-food sta alle prelibatezze dello chef.
Intanto è un suono indifferente. C’è sempre. Che la partita entusiasmi o languisca, che provochi emozioni o sbadigli, le vuvuzelas procedono come zombi senz’anima né spirito critico con il loro ronzio ossessivo. Le vuvuzelas sono indifferenti alla partita, che è come se non ci fosse.
Sono un rumore di fondo, analogo al tumb-tumb da discoteca fracassona. Sono un inno al conformismo più bieco. Infine, peggio ancora, emettono una nota sola, sempre la stessa, ossessiva: sono la rappresentazione sonora del pensiero unico, o meglio del pensiero piatto, o se preferite del non­pensiero, ossia dell’esatto contrario del pensiero: dell’azione pura e semplice priva di scopo. Perché suono? Che domanda, suono perché suono.
Le vuvuzelas segnano la grande contraddizione della consumerist society. Gli spettatori - li vediamo bene - fanno di tutto per distinguersi: si pitturano il viso, indossano casacche personalizzate, s’infilano parrucche improbabili. A ben vedere sono davvero tutti gli uni diversi dagli altri.
Ma immersi nella brodaglia ronzante delle vuvuzelas, scompaiono, sommersi dal Grande Nulla del ronzio.
Le vuvuzelas sono un blob sonoro che tutto ingurgita.
A questo punto vien da domandarsi: ma allora perché la gente ci soffia dentro fino allo sfinimento? Semplice: per esserci.
L’importante è non è suonare qualcosa, ma far rumore tutti insieme, partecipare al rito collettivo ed 'esserci'. E poter dire un giorno: io c’ero, dentro quel ronzio c’ero anch’io, esattamente come c’ero dentro tutti gli sciami della consumerist society: la coda in autostrada per le vacanze, la folla all’ipermercato il giorno delle offerte, eccetera.
La vuvuzela - chiedendo scusa al maestro Claude Lévy-Strauss - è un oggetto totemico che segna indelebilmente i Mondiali in quanto sudafricani.
Il resto è dettaglio. Le vuvuzelas rompono le scatole? Non ne possiamo più?
Provocano emicranie e irritazione?
Dettagli. E pensieri pericolosi di chi non apprezza la grande marmellata della consumerist society. Se non ti vuvuzelli rimani libero, ma passi anche per un pericoloso anticonformista di cui diffidare. E chi ti credi di essere, per pretendere di pensare e parlare in un mondo di uomini-trombetta?

da E’ Vita supplemento di Avvenire di giovedì 17 giugno 2010
TEENAGER & SESSO SICURO, FISSAZIONE ANCHE IN VACANZA
A volte ritornano.
Puntuale come la fine delle scuole e la pagella, ecco la nuova campagna per il sesso sicuro in vacanza firmata della Sigo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia.
Lanciata con le fanfare ieri in una libreria romana, con tanto di patrocinio del Dipartimento della Gioventù, la nuova campagna, che ha l’obiettivo dichiarato di ridurre i picchi estivi di gravidanze indesiderate tra i giovanissimi, è un sapiente mix di lusinghe (test e giochi interattivi sul Web), volantinaggio (distribuzione di depliant in dieci città per un’intera settimana, a cavallo di Ferragosto), prodotti editoriali (l’edizione 2010 di «Travelsex», la guida al sesso sicuro edita da Giunti) e di demagogia spicciola.
Un esempio per tutti si ricava leggendo lo scoppiettante comunicato diffuso alla stampa: «I ragazzi potranno giocare e conquistarsi il Passaporto dell’amore sicuro, uno strumento che certifica le loro competenze sulla sessualità». Un altro esempio: nel sito si può effettuare un test, la cui quarta domanda è all’incirca: «Stai preparando lo zainetto per le vacanze: porta con te quattro di questi otto oggetti», tra i quali spiccano i preservativi. Se per caso chi risponde 'dimentica' l’oggetto in questione, apriti cielo: «Attenzione – avvisa il sito –. Hai scordato qualcosa che potrebbe costare molto caro. Provvedi subiti e ricordati di usarlo sempre».
Insomma, a parte ogni altra considerazione, la campagna per il sesso sicuro si trasforma in un gigantesco spot a condom e pillole, che di certo non spiacerà alle industrie produttrici...
«La mia valutazione? Negativa», esclama Michele Barbato, fondatore a Milano del Camen (Centro (A.Ma) ambrosiano per i metodi naturali) e presidente dell’Istituto europeo di educazione familiare, un network di 40 associazioni dal Portogallo alla Russia. «Di fatto è una campagna che si ammanta di scientificità ma che sostanzialmente è marketing farmaceutico». Piuttosto pesante, come valutazione. «Be’, mi piacerebbe sapere chi finanzia tutto questo, non vorrei scoprire che dietro ci sono case farmaceutiche», continua sospettoso Barbato.
Ma perché i dubbi sulla scientificità della campagna? «Perché ormai è provato che laddove si fa solo informazione al sesso sicuro senza educazione alla sessualità, si ottiene esattamente il risultato opposto a quello desiderato.
È stato dimostrato che nelle scuole americane in cui si svolgevano programmi di sola informazione, a contenuto tecnico, le gravidanze tra le ragazze erano più alte rispetto alle scuole in cui i corsi non si erano tenuti». Non solo: secondo Barbato, è come se la Sigo volesse sostituirsi ad altre agenzie educative, come la scuola e le famiglie. «Ma una società scientifica che si voglia porre come soggetto educante dovrebbe riflettere sul fatto che i ragazzi hanno bisogno sì di informazione, ma soprattutto di educazione».
Quando Barbato e gli altri operatori del Camen vanno nelle scuole di Milano e provincia a parlare con gli studenti («istituti pubblici», specifica) intercettano il loro «bisogno enorme di capire ciò che la natura suscita dentro di loro».
E la supposta ignoranza dei ragazzi, punto forte su cui fanno leva le campagne della Sigo? «È vero che hanno le idee confuse – conferma Barbato –. Alle medie capisco che le domande dei ragazzi sono dettate da letture pornografiche e film per adulti. Alle superiori ci sono già le esperienze. Ma i ragazzi hanno bisogno sì di chiarezza, ma insieme di essere aiutati a vivere in serenità la sessualità dentro un progetto educativo. Se i genitori non collaborano a questo progetto, ci deve essere la scuola, gli insegnanti. L’educazione alla sessualità deve essere trasversale, coinvolgere tutte le discipline. Quando parlo di educazione, intendo il riconoscere all’altro un valore invalicabile.
Ecco, se gli adulti parlano ai giovani solo di preservativi e pillole, mi chiedo, dov’è l’altra persona?». Già, dov’è?

da Avvenire di mercoledì 16 giugno 2010
PARROCCHIA, «CASA COMUNE» DI CHI VA A CATECHISMO
La pedagogista Moscato: diamo ai bambini comunità concrete di riferimento alternative alla realtà virtuale da BOLOGNA Stefano Andrini
«Ogni bambino che accede al catechismo in parrocchia dovrebbe percepire di avere incontrato lì una nuova 'casa comune', una comunità concreta di appartenenza possibile, di adulti e di giovani e di adole­scenti. Oggi a una parrocchia urbana può essere chiesta di fatto la stessa vocazione missionaria di uno sperduto avamposto nel deserto. E paradossalmente l’educazione diventa il primo oggetto di missione». Lo ha affermato Maria Teresa Moscato, do­cente di pedagogia all’Università di Bolo­gna, nella sua relazione al convegno na­zionale degli uffici catechistici diocesani.
Nel suo intervento la Moscato ha tratteg­giato gli elementi dell’emergenza educati­va. Tra questi la diffusione delle realtà vir­tuali. «Oggi può accadere che sia l’orizzon­te mediatico a conferire significato alle re­lazioni familiari: anche la scuola quindi e gli ambiti ecclesiali, vengono ridefiniti da fiction accattivanti, in cui preti, suore, o professoresse di italiano, operano soprat­tutto da investigatori – e con incredibile successo». Secondo la docente la crescen­te tendenza a instaurare relazioni via in­ternet, in chat in cui è possibile nasconde­re la propria reale identità fa pensare ad u­na sorta di mutazione antropologica. «La virtualità spalanca mondi lontani e scaval­ca, almeno apparentemente, ogni difficoltà d’ordine materiale che si dovrebbe affron­tare nel quotidiano.
Questi elementi ci pon­gono di fronte a generazioni infantili che hanno stili cognitivi e dinamismi emozio­nali apparentemente diversi da quelli del­le generazioni precedenti». Ma soprattut­to sembrano mancare (o tardare a svilup­parsi) alcune strutture dell’apparato del­­l’Io, essenziali per la socialità matura, ma costitutive anche della religiosità.
In questo quadro, che cosa può significare il rinnovamento dell’iniziazione cristiana? «Insisto – ha concluso la pedagogista – sul­la forza educativa del testimone adulto: è sempre un 'volto umano' che media il Vol­to divino nella sua persona, ed è anche il suggeritore, l’orientatore della 'direzione dello sguardo'.
Nella nota figura dantesca del sorriso di Beatrice e dell’ascesa di Dan­te al Paradiso, guardando negli occhi di lei quel sole verso cui egli non può rivolgere di­rettamente lo sguardo – metafora teologi­ca e pedagogica – si evidenzia come il pro­blema non sia che cosa dice l’adulto, ma piuttosto, e soprattutto, dove guarda».

sabato 12 giugno 2010

PORTA PAROLA 12 giugno 2010




Da Avvenire di venerdì 11 giugno 2010
IL PALLONE, UN PAESE, IL CONTINENTE NERO
QUESTO MONDIALE DA GUARDARE UN MONDO DA CAPIRE
ALBERTO CAPROTTI
Un Mondiale di calcio. In Africa. Il circo dello sport­business più ricco del mondo paracadutato in una delle terre più derelitte del pianeta. Sembrava follia, ora è realtà. Quando oggi pomeriggio a Johan­nesburg verrà fischiato il calcio d’avvio di Sudafrica-Messico, un Paese e un continente intero si rende­ranno conto che non sono chiamati a vincere una Coppa che sanno benissimo di non poter vincere, ma di giocare per un trofeo più importante. Quello del­l’orgoglio, della credibilità di fronte al mondo, e del­la speranza. Termini che questa volta almeno, con­tengono più senso che retorica.
Dopo il primo presidente americano, ecco anche il primo mondiale “nero”: e la portata storica non è troppo distante. Inutile però scomodare concetti troppo lontani per essere veri: una pallone non sconfigge il razzismo, l’Aids, la miseria e la delin­quenza. Non lo ha mai fatto, né si illude di poterlo fare. Ma spesso porta messaggi positivi, belle sto­rie, umanità diversa. Per tutto il resto il pallone dei grandi dovrà solo im­parare. Specie nella terra di un uomo che, comunque vada a finire in campo, del Mondiale è il protagoni­sta assoluto. Nelson Mandela lo ha già vinto senza giocarlo: non serviranno nemmeno quei pochi mi­nuti di presenza fisica promessi oggi in tribuna per decretare che il gol più grande è il suo.
L’eterno “Madiba”, che ha anche trascorsi calcistici come dirigente di una squadra nella colonia penale di Robben Island, dove ha trascorso 27 stagioni del­la propria vita combattendo il pressing sporco del­l’apartheid, a 92 anni vede coronarsi un altro sogno.
In quel carcere, lui e i suoi seguaci usarono il pallo­ne come strumento di resistenza passiva: il calcio di­venne l’emblema della passione dei neri da con­trapporre al più nobile rugby, appannaggio e diver­timento solo dei bianchi. Per questo non è esagera­to dire che il Sudafrica com’è oggi non esisterebbe senza il calcio. E ora il Mondiale sulla terra sudafri­cana, ricca e stracciata, sanguinante e profonda, di­venta l’ideale, incredibile proseguimento di quelle partite polverose nell’ora d’aria.
Qualsiasi chiave di lettura di Sudafrica 2010 che pre­scinda dal significato dirompente di una Coppa che sbarca in Africa con il suo corredo di speranze, sto­rie, personaggi e colori, corre il rischio di risultare fal­sata. Il calcio resta un enorme collettore di valori, e soprattutto è un vero linguaggio universale: da oggi per un mese intero si guarderà al Continente Nero, e non per carestie o guerre, che pure non evaporano, ma per vedere che può esistere altro, anche in situa­zioni improbabili e violente. In questi casi si dice che il grande evento migliora la qualità della vita di tutto un popolo. Perché porta ric­chezza, infrastrutture, investimenti. A conti fatti spes­so il bilancio finale non è così idilliaco. Ma se a un suc­cesso organizzativo del Sudafrica, francamente dif­ficile da ottenere, si aggiungesse quello tecnico, il messaggio sarebbe perfetto e compiuto: la prima vol­ta dell’Africa in tutti i sensi. Sono sei le squadre pre­senti (Sudafrica, Ghana, Costa D’Avorio, Algeria, Ca­merun e Nigeria) tra le 32 finaliste, un record. Asso­lutamente improbabile che ce la facciano i “Bafana Bafana” di casa. Contro l’Italia campione del mondo che prova senza apparenti grandi possibilità a difen­dere il titolo, le favorite oltre al solito Brasile sono Ar­gentina, Inghilterra e Spagna. Il vecchio mondo del pallone, insomma. Ma è un dato di fatto che nella storia del calcio finora solo il Brasile abbia vinto un Mondiale in un continente diverso dal proprio.
Via allora: grandi stadi, gol, sfide. E un popolo sullo sfondo che vuole vivere e farsi ammi­rare dal mondo. Senza illusioni, sia chiaro. Perché il Sudafrica, dove un terzo della popolazione vive senza energia elettrica, il Mondiale non lo vedrà nemmeno in televisione. Lo annuserà per strada, a piedi scalzi. Suonando trombe fastidiose, sven­tolando bandiere che magari nemmeno sa a chi appartengono. Sarà un popolo in festa, ma spettatore a casa propria. E questo, tra tifo e eufo­ria, occorrerà non dimenticarlo.

Da Avvenire di martedì 8 giugno 2010
CORAGGIO E PAZIENZA: L’INSEGNAMENTO DEL PAPA NEI GIORNI DELLA VISITA A CIPRO
LA TELA DA RITESSERE di MIMMO MUOLO
I viaggi di Benedetto XVI, al di là del loro grande valore pastorale, si stanno rivelando un utile strumento per approfondire la conoscenza del pensiero e della personalità del Pontefice. È accaduto anche nella tre-giorni di Cipro, una visita che aveva all’inizio diversi fuochi d’interesse (pace in Medio Oriente e presenza dei cristiani, rapporto con gli ortodossi, dialogo con i musulmani i tre sicuramente preminenti), e che proprio nei giorni della vigilia si era colorata di tinte inopinatamente fosche a causa dell’attacco israeliano alle navi degli attivisti filo-palestinesi e dell’omicidio di monsignor Luigi Padovese.
Invece, una volta di più, Papa Ratzinger ha dimostrato di avere, di fronte alle acque agitate della cronaca, la fermezza propria di chi è stato chiamato a governare con saggezza la barca di Pietro. Non solo ha raccomandato di seguire la rotta della pace, della riconciliazione e del dialogo in tutti gli incontri della fitta agenda del viaggio. Ma ha anche fornito la bussola sicura per far sì che da quella rotta non ci si allontani anche quando il barometro dei rapporti tra i popoli e le religioni – e, purtroppo, continua ad accadere – si mette a tempesta. «Bisogna avere il coraggio e la pazienza di ricominciare sempre di nuovo», ha detto ai giornalisti nella consueta conferenza stampa tenuta sull’aereo durante il volo di andata. Più che una semplice esortazione, una regola d’oro che offre la cifra interpretativa non solo del viaggio, ma anche di tutte le bufere che questo pontificato ha attraversato in poco più di cinque anni. In sostanza, quasi capovolgendo la famosa immagine della tela di Penelope, Benedetto XVI invita a ritessere alla luce della retta ragione quello che altri distruggono e disfano nelle ombre di inumane passioni. Lo dice naturalmente in primis ai cristiani, ma con loro anche a tutti gli uomini di buona volontà, a partire da quelli che operano negli organismi politici nazionali e internazionali. Mai pensare che di fronte alla violenza, anche la più ingiusta ed efferata, nulla ci sia da fare. Al contrario, le vie della pace, proprio come quelle di Dio, sono infinite. Un messaggio, questo, che da Cipro risuona innanzitutto sulle vicine sponde del Medio Oriente martoriato. Ma che si può applicare anche ai rapporti cattolico­ortodossi, alla ricerca della difficile soluzione della questione cipriota, al dialogo non sempre agevole con l’islam.
Pazienza e coraggio, dunque, per ricominciare a trattare, per fermare il bagno di sangue, per promuovere la pacifica convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani. Pazienza e coraggio per non arrendersi di fronte alle «gelate» (che pure ci sono state e non molto tempo orsono) del cosiddetto «inverno ecumenico».
Pazienza e coraggio, infine, per ricordare a tutti (musulmani compresi) che i diritti umani hanno valore universale. E che, tra di essi, la libertà di religione e di coscienza non sono certamente degli optional.
Per Benedetto XVI queste non sono solo parole. Egli per primo ha mostrato di crederci a tal punto da applicarle anche quando per fraintendimenti causati in gran parte dai media (discorso di Regensburg e conseguente crisi con gli islamici, remissione della scomunica ai lefebvriani e problemi con gli ebrei) o per colpe altrui (questione dei preti pedofili) ha dovuto ritessere da capo rapporti e ricentrare attenzioni. Le stesse parole pronunciate sull’omicidio di monsignor Padovese si iscrivono in questo contesto.
Cioè nella profonda convinzione di un uomo del Vangelo che ha in Cristo la vera pace e non si stanca di annunciarla al mondo, vivendola ogni giorno. Anche quando le vicende della vita costringono a ricominciare da capo. Con coraggio e pazienza.

Da Avvenire di domenica 6 giugno 2010
IL «SEGNO» CRISTIANO
PER NON PERDERSI NEI MEANDRI DI UNA STORIA SPEZZATA
LUIGI GENINAZZI
L’affermazione suona quasi pro­vocatoria, ma è lo stile a cui ci ha abituato il Papa-teologo. «Il mondo ha bisogno della cro­ce », ha detto ieri sera Benedetto X­VI, nell’unica ome­lia finora tenuta nel corso della visita a Cipro.
E forse val la pena partire da qui, da queste parole pronunciate significa­tivamente nella chiesa di Santa Croce, circondata dal filo spinato lungo la li­nea di demarcazione che divide in due il Paese, per capire il senso profondo di un viaggio difficile in una terra la­cerata.
A Cipro, crocevia politico e religioso di identità e conflitti, c’è il rischio di per­dersi nei meandri di una storia che ha spezzato la geografia con la violenza di una guerra civile le cui ferite, dopo trentasei anni, non si sono ancora ri­marginate. Ma solo la croce, dice il Pa­pa, può porre fine all’odio e a soffe­renze come quelle che sono state ri­cordate più volte in questi giorni dal­le autorità cipriote. Di fronte ai discorsi roboanti del capo della Chiesa orto­dossa che ha voluto far sentire il suo grido di dolore a tutto il mondo, de­nunciando l’occupazione turca e la profanazione continua degli edifici re­ligiosi, qualcuno forse si sarà meravi­gliato del tono apparentemente re­missivo tenuto dal Pontefice. Ma sa­rebbe sbagliato considerarlo sempli­cemente frutto di una prudenza di­plomatica. Al contrario è l’esito di quella «pazienza del bene», come ha detto Benedetto XVI con un’espres­sione inedita e suggestiva, che do­vrebbe essere l’atteggiamento di colo­ro che credono nella realtà misteriosa ed efficace della croce.
È questo il messaggio fondamentale che il Papa sta delineando durante quest’intensa visita pastorale. La pace ha bisogno dei cristiani che hanno «un ruolo insostituibile per la riconcilia­zione tra i popoli», una riflessione che non a caso si sviluppa in questo lem­bo di Terra Santa, nell’isola che vide il primo viaggio missionario di San Pao­lo ed oggi intende essere ponte tra cat­tolicesimo e mondo ortodosso, tra Eu­ropa e Medio Oriente. È un messaggio rivolto prima di tutto all’interno della Chiesa, ai cattolici che devono essere promotori di «una maggiore unità nel­la carità con gli altri cristiani ma anche del dialogo interreligioso», ha ricordato il pastore della Chiesa universale al piccolo gregge che spesso si è sentito abbandonato e dimenticato.
La visita di Benedetto XVI, la prima di un Papa a Cipro in duemila anni di sto­ria, ha rappresentato un evento colmo di gioia e consolazione per la mino­ranza cattolica dell’isola. Ma il Ponte­fice è andato oltre e l’ha invitata a tra­sformare il peso storico delle soffe­renze in opportunità di dialogo con i musulmani. Una sfida coraggiosa se si pensa che è stata lanciata a chi dovet­te subire l’islamizzazione forzata nel nord dell’isola. Parole molto impe­gnative che hanno avuto un riscontro concreto nell’abbraccio caloroso tra il Papa ed uno sceicco musulmano del­la comunità turco-cipriota, un gesto carico di simbolismo avvenuto lungo la 'linea verde' che taglia in due l’ul­timo Paese diviso d’Europa dopo la ca­duta del Muro di Berlino. «I musulma­ni sono nostri fratelli», ha detto Bene­detto XVI sull’aereo che lo portava a Cipro, un’espressione che finora era stata usata solo da Giovanni Paolo II. Una fratellanza non facile in Terra San­ta dove si fa sentire il peso quotidiano delle sofferenze e i cristiani sono ten­tati d’andarsene. Ma chi rimane di­venta «un segno straordinario di spe­ranza per tutti quanti vivono nella re­gione ».
Ecco perché il mondo ha biso­gno della croce.

Da Avvenire di martedì 8 giugno 2010
IL PAPA ALL’ANGELUS
Il zelante servizio e il martirio di padre Jerzy sono particolare segno della vittoria del bene sul male. Il suo esempio e la sua intercessione accrescano lo zelo dei sacerdoti e infiammino d’amore i fedeli laici
POPIELUSZKO, LA VITTORIA DEL BENE DA ROMA GIANNI CARDINALE
« I regimi passano come temporali d’estate lasciando solo macerie, ma la Chiesa e i suoi figli restano per beneficare l’umanità con il dono della carità senza limiti». È stato questo uno dei passaggi forti dell’omelia dell’arcivescovo Angelo Amato nella Messa di domenica a Varsavia per la beatificazione di padre Jerzy Popieluszko, il cappellano di Solidarnosc uc­ciso in odio alla fede dalla polizia comuni­sta 26 anni fa. Un evento che - come ha rac­contato la Radio Vaticana - nella piazza Pil­sudski ha raccolto 150 mila fedeli e che ha visto la concelebrazione di oltre cento ve­scovi e duemila sacerdoti. Alla cerimonia c’era anche la madre novantenne di padre Popieluszko, Marianna.
Dando inizio alla cerimonia l’arcivescovo di Varsavia, Kazimierz Nycz, ha definito l’e­vento «un grande giorno per la Chiesa di Polonia e la patria».
Nell’omelia, il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, l’arcivescovo salesiano Amato, ha ripercor­so la vita dell’eroico sacerdote assassinato a 37 anni. Padre Jerzy, ha ricordato l’arcive­scovo, non era un omicida, un terrorista, ma solo un «leale sacerdote cattolico», fi­glio di quella Polonia sottoposta al regime comunista dove «religione, Vangelo, dignità delle persona umana, libertà, non erano concetti in sintonia con l’ideologia marxi­sta ». Cosicché contro quel giovane prete si scatenò «la furia omicida del grande men­­titore, nemico di Dio e oppressore dell’u­manità, di colui che odia la verità e diffon­de la menzogna». Quella ideologia però «non sopportava lo splendore della verità e giustizia» e «per questo l’inerme» Popielu­szko «fu spiato, perseguitato, catturato, tor­turato » e infine ucciso. Ma, ha spiegato Amato, «il sacrificio» di quel giovane prete «non fu una sconfitta», per­ché «i suoi carnefici non potevano uccidere la Verità». «La tragica morte del nostro mar­tire infatti – ha aggiunto – fu l’inizio di una generale riconversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è il seme dei cristiani». Ed è proprio per questo che, ha evidenziato Amato, la beatificazione dell’eroico prete po­lacco «costituisce una memorabile giorna­ta di esultanza per la nazione».
Dopo aver sottolineato come il nuovo bea­to traeva la forza della sua testimonianza dall’Eucaristia che la celebrazione della messa fu il suo ultimo gesto da vivo il 19 marzo 1984, il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha ribadito come il martire fosse «consapevole che il male della dittatura traeva le sue origini da Satana» e «per que­sto esortava a vincere il male con il bene e con la grazia del Signore».
Durante il viaggio a Cipro anche Benedetto XVI ha rivolto un personale pensiero al nuo­vo beato. Introducendo la preghiera del­l’Angelus con i fedeli convenuti nel Palazzo dello Sport Eleftheria a Nicosia, ha detto: «Rivolgo un cordiale saluto alla Chiesa in Po­lonia, che oggi gioisce dell’elevazione agli altari del padre Jerzy Popieluszko». «Il suo zelante servizio e il martirio – ha subito ag­giunto – sono particolare segno della vitto­ria del bene sul male. Il suo esempio e la sua intercessione accrescano lo zelo dei sacer­doti e infiammino d’amore i fedeli laici».

Da Avvenire di martedì 8 giugno 2010
Pronta una serie di misure per calibrare le tariffe di alcuni servizi comunali sulle esigenze delle famiglie con figli o che tengono in casa un anziano
PARMA FA SCUOLA. ECCO IL QUOZIENTE ROMA
DA ROMA GIANNI SANTAMARIA
Dopo Parma, anche Roma diventa sem­pre più a misura di fa­miglia. Due realtà demograficamente (ed economica­mente) diverse, ma acco­munate dalla volontà di aiu­tare le famiglie. Ieri l’Udc ha illustrato la sua proposta del Quoziente Roma per andare incontro alle coppie sulle ta­riffe di alcuni servizi che hanno in casa figli o anziani (o che sono composte da questi ultimi). E ha regi­strato la consonanza del sindaco Gianni Alemanno - che nel capoluogo emiliano a fine maggio si è im­pegnato nel network dei Comuni pro quoziente - a lavorare insieme per condurre in porto, pur tra le dif­ficoltà del bilancio in via di definizione, misure a fa­vore del nucleo fondamentale della società. La pro­posta ha il suo apprezzamento, «ora si tratta di ve­dere quali siano gli strumenti tecnici per attuarla al meglio». In vista di una riforma urgente che, però è necessario «sia presa all’unanimità».
Non si tratta di «fare una gara a chi è arrivato prima, ma di passare all’attuazione concreta, al di là delle bandiere», ha premesso il capogruppo centrista al Campidoglio Alessandro Onorato, promotore di u­na delibera che ha già ottenuto il parere favorevole di alcuni dipartimenti. Ma che ancora deve arriva­re all’aula consiliare (dove già è passata una delibe­ra quadro della maggioranza).
In sostanza si tratta di una riparametrazione delle tariffe di alcuni servizi - asili nido, refezione e tra­sporti scolastici, residenze sanitarie assistite, in pro­spettiva anche l’addizionale Irpef - applicando dei coefficienti di riduzione all’indicatore Isee (Indica­tore della situazione economica equivalente) cre­scenti in base al numero dei figli, all’età (fino a 24 anni, in modo da incentivare modelli virtuosi negli studi e non trasformarsi in assistenzialismo), alla presenza di anziani over 65 o di disabili. «L’indica­tore Isee, che è del 1998, non tiene il passo con la si­tuazione attuale e non può essere modificato, per­ché si tratta di un decreto governativo», spiega O­norato. Ma corretto sì. Ed è una misura urgente. A Roma, infatti, ci sono circa 1 milione e 300mila famiglie (con sempre meno prole). Ma soprattutto ben 445mila hanno al loro interno almeno un an­ziano (tra le quali 102mila sono famiglie con figli che ne hanno uno a carico).
È evidente il ruolo di ammortizzatore sociale che esse svolgono. Lo ha evidenziato il segretario del­l’Udc Lorenzo Cesa, che ha sottolineato anche co­me non a caso la crisi ha colpito meno l’ltalia «gra­zie al risparmio delle famiglie». E ha dato la dispo­nibilità a un intesa in Campidoglio sul tema, oltre a promettere un sostegno alle esigenze dell’Urbe nel­la discussione parlamentare sulla manovra.Insomma, sulla Capitale rimbalza l’effetto Polveri­ni. E, in attesa dell’ingresso in giunta dell’Udc (al­leata in Regione, ma all’opposizione al Comune) A­lemanno ribadisce che occorre «una percezione tra­sversale, un cambiamento che serve a rafforzare il ruolo della famiglia, una sfida politica, dalla quale è necessario partire per essere di esempio a livello nazionale».
Perché «la vera riforma fiscale è il quo­ziente familiare». Non a caso anche dalla Pisana hanno spinto per l’introduzione del quoziente nel Lazio anche i due assessori 'in pectore' Aldo Forte e Luciano Ciocchetti. E in stile bipartisan il vicepre­sidente del Consiglio regionale Bruno Astorre (Pd). Anche l’associazionismo familiare era presente con il presidente del Forum del Lazio (48 associazioni, in rappresentanza di circa 150 mila famiglie e 400 mila persone) Gianluigi de Palo, all’incontro di illu­strazione delle misure. «Che vanno bene. Ma che devono essere realizzate sempre più con il coinvol­gimento del Paese reale. Cioè delle famiglie, alle qua­li va riconosciuto anche un protagonismo sociale e culturale».

Da Avvenire di domenica 6 giugno 2010
In Friuli Venezia Giulia un «assegno di natalità», in Sardegna un piano per chi ha 4 figli, la «Prima dote» in Puglia, ai nuclei calabresi solo i tagli della politica
REGIONI & MATERNITÀ PERCORSO A OSTACOLI
Contributi alle mamme, fondi per le famiglie indigenti. Ma in gran parte del Paese non ci sono iniziative mirate
DI DANIELA POZZOLI
Ci sono Regioni italiane che spendono parec­chio per sostenere le donne che abortirebbe­ro se non avessero un aiuto economico du­rante la gravidanza; ci sono Regioni che hanno in­tenzione di 'imitare' chi è più avanti, ma che non hanno ancora messo mano al portafoglio. Chi ha Fon­di dedicati al sostegno delle famiglie, chi proprio non ha tra le priorità questo tipo di aiuto, anche solo per mancanza di copertura finanziaria. Dopo l’iniziativa della Lombardia (il «Nasko» appena varato, vedi box a destra) facciamo il punto.
Mamme e nuovi nati
Il Friuli Venezia Giulia stanzia 5 milioni di euro l’an­no per l’«assegno di natalità», suddivisi tra primo nato, figli successivi e gemelli. L’assegno esiste dal 1993, ma ha avuto una battuta d’arresto nel 2006 per poi essere ripristinato nel 2007 con effetto retroattivo. Requisito: risiedere da 5 anni in regione.
In fase di studio l’assegnazione di un budget per le gestanti in difficoltà. Si chiama invece assegno «Pri­ma dote» e ammontava a 500 euro la misura assun­ta in Puglia tra il 2008 e il 2009. Il 3 maggio 2010 è scaduto il nuovo bando per il contributo «Prima dote» ai bambini tra 0 e 36 mesi; prevede un contri­buto mensile per un anno: 200 euro fino a 4.000 di reddito; 150 euro tra i 4.000 e i 5.000; 200 euro se si ha un figlio e un disabile. Lo stanziamento com­plessivo è di 5 milioni.
In Piemonte le politiche di tutela della maternità rientrano sotto la voce «Percorso nascita», un am­pio programma coordinato tra Regione, Asl e Co­muni. Tutte le donne incinte ricevono le impegna­tive mutualistiche esenti da ticket, gratis il corso pre-parto. Per le donne gravide con difficoltà eco­nomiche ci sono aiuti nell’assegnazione di alloggi in edilizia convenzionata, inserimento in case-fa­miglia e visite domiciliari.
Un contributo diretto viene assegnato nella Provincia autonoma di Bol­zano alle strutture per mamme in difficoltà gestite dal Movimento per la vita o dalla Provincia (la Casa della madre), tramite finanziamenti previsti dalla legge 13 del ’91.
Nella Provincia autonoma di Tren­to vengono sostenuti i centri di accoglienza per madri in diffi­coltà (per lo più Cav) tramite un contributo alle spese gestionali.
La Valle d’Aosta, in sostegno alla maternità, nel 2007 ha approvato un assegno post-natale per i bimbi nati dopo il 1° luglio 2007 o che compiano il primo o il se­condo anno a partire da quella data: per il 1° figlio 575 euro l’an­no; per il 2° figlio 856 euro; per il 3° figlio 1.154. Dal 3° in poi l’au­mento è di 286 euro l’anno.
In Molise le «Disposi­zioni a tutela della maternità delle donne non oc­cupate » risalgono al 12 gennaio 2000 e sono ancora in vigore: veniva allora istituito un Fondo che copri­va i due mesi precedenti il parto e i tre successivi. Si parlava di 500mila lire mensili, con adeguamento I­stat (e oggi con i fondi in euro). Il «bonus» saliva a un milione di lire per ogni altro figlio a carico.
Contributi alle famiglie
La Liguria eroga 2 milioni di eu­ro per i consultori sia privati che pubblici e per i centri anti-vio­lenza. Il «Progetto famiglia» aiuta nuclei con 4 o più figli. È del 16 febbraio 2010 la legge regionale dell’Umbria che all’articolo 17 assicura la copertura finanziaria (3 milioni) in favore delle fami­glie più esposte al disagio e alla povertà. La giunta regionale ha appena messo a disposizione un ulteriore milione di euro «per af­frontare il tema delle famiglie vulnerabili in questo momento straordinario». Le Marche, data la caren­za di fondi, difficilmente introdurranno un bonus come quello della Lombardia, ma la legge regionale 30 del 1998 (un milione e 100mila euro di stanzia­menti) prevede, tra le altre cose, il sostegno alla na­talità, all’adozione e al finanziamento di progetti di solidarietà per le donne in difficoltà, non sposate, gravide e per ragazze-madri.
La giunta regionale della Sardegna punta sul «capi­tale sociale bebè» e ha approvato proprio questa settimana il «bonus famiglia»: aiuti per i 3mila nu­clei, residenti in Sardegna al 30 aprile 2010, con 4 o più figli. Il contributo è di 1.000 euro per ciascuna famiglia.
Lunedì scorso il Consiglio regionale della Calabria ha invece dato l’ok a un progetto di legge che pre­vede la riduzione del costo della politica di 1,3 mi­lioni di euro. I risparmi finanzieranno la legge re­gionale sulla famiglia del 2004, che era rimasta in un cassetto.
La Regione Emilia-Romagna assegna prestiti sull’onore a famiglie in difficoltà con figli minorenni, a tasso zero e con un piano di restitu­zione concordato. Il prestito riguarda persone, sin­gole o in coppia, che abbiano o stiano per avere fi­gli.
La Regione Veneto punta al sostegno concreto alla natalità mediante misure a favore delle famiglie con tre figli quali interventi sulle tariffe di elettri­cità, gas, rifiuti, trasporto pubblico.
Progetti in vista
La Regione Basilicata potrebbe presto adottare un provvedimento che ricalca, nelle linee fondamen­tali, quello scelto dalla Regione Lombardia per le mamme in difficoltà. Una scel­ta che affronterà dopo l’estate.
Nel Lazio la proposta è di isti­tuire un «bonus mamme» di 250 euro per 18 mesi.
A soste­gno della maternità la Toscana vorrebbe destinare (il provvedi­mento è ancora da approvare) 2mila euro l’anno alle mamme in difficoltà, mentre per ha chi ha un figlio nato nel 2010, è a basso reddito e vive in un al­loggio in affitto vengono dati contributi per pagare affitto e retta del nido.
La Si­cilia punta a riorganizzare i consultori stanziando 4 milioni e 400mila euro, la Campania vantava 5 anni fa un «reddito di cittadinanza», 500 euro al mese per le famiglie bisognose, che oggi, per mancanza di copertura finanziaria, è scomparso.
Stessa caren­za di fondi in Abruzzo dove l’unica legge a favore delle donne incinte e disoccupate risale al ’97, ma dal 2000 se ne è persa traccia.

Da Avvenire di mercoledì 9 giugno 2010
LA LETTERA DEI VESCOVI AI SACERDOTI
GRAZIE A OGNUNO E ALL’UNO D’ESEMPIO
DAVIDE RONDONI
La cosa peggiore è quando ti riducono a una categoria.
Quando non esisti più come persona ma esiste solo la categoria a cui qualcuno vuole ridurti. Specie quando ti vogliono imputare qualcosa. E dicono, che so: i rossi. Oppure: i gialli. Oppure: i neri. Oppure: i preti.
In questi mesi ne abbiamo sentite sui preti.
Notizie brutte, orrende. E poi soprattutto un sacco di chiacchiere, di battute grevi. Di offese generalizzate. Ben oltre il perimetro dei fatti, e del dolore dei fatti. Ben oltre l’amore per la verità, anzi spesso in spregio della verità. È stato così, ne abbiamo sentito di tutti i colori. Offese. Ingiurie.
Pronunciate pure con sussiego e espressione finto-intelligente in salotti tv o sui giornali. Accuse generalizzate, perché se si doveva stare e ragionare sui casi singoli, sulle faccende particolari, si doveva smettere il facile mestiere del moralista. E vedere i casi singoli di ogni genere, non solo del genere preso a bersaglio. Insomma, si doveva generalizzare l’accusa sui preti per nascondere una realtà orrenda che invece riguarda tutti. E che riguarda l’idea di giustizia che abbiamo per ciascuno di noi, per la vita di ciascuno di noi.
E ora finalmente qualcuno, invece di accusarli genericamente, li ringrazia uno per uno, i preti.
Ma non come categoria, come persone, una a una. I preti italiani. Il don Luigi e il don Beppe. Il don Maurizio e il don Gabriele. Uomini con quei nomi a cui il 'don' messo davanti, da segno di rispetto e deferenza, si voleva far diventare segno di sospetto e di marchiamento. Per fortuna però – Avvenire l’ha già scritto – la gente conosce bene i suoi preti. E ora c’è chi dice pubblicamente, esemplarmente, grazie a questi uomini. A ognuno di loro. Per l’opera che compiono. L’opera che si vede di dedizione alle persone. E per l’opera che non si vede mai del tutto, di dedizione a Dio. Per le due opere che sono una. Che hanno il medesimo fuoco. I due gesti che sono uno. Come i due lati del comandamento evangelico: ama Dio e il prossimo tuo.
Non fan questo i preti? E in cambio di cosa lo fanno, verrebbe da chiedersi? Un tempo, forse, c’era qualche privilegio. Insomma, poteva esserci qualche convenienza a fare il prete. O almeno così dicevano le battute del popolo. Ora invece la stragrande maggioranza di loro tira la cinghia, ricava battute e risolini nei salotti bene e sui media, passa i giorni a misurarsi con realtà d’impegno, di difficoltà e di degrado da cui troppi altri – soprattutto tra chi ha potere – restano distanti. E magari neanche uno straccio di pubblico ringraziamento.
Per questo le parole della lettera dell’Assemblea dei vescovi italiani che ringrazia e incoraggia i preti italiani non sono retorica. Non sono frasi di circostanza come troppe se ne sentono. Non si tratta di un comandante che rincuora le sue truppe in un momento difficile. Non sono le parole che i vertici di un’associazione di categoria rivolge ai suoi affiliati Anzi, sono parole rivolte a ciascuno, non alla categoria. È un ringraziamento speciale. Che pesa in modo speciale in questo momento. E perciò rincuora.
Come dice bene il cardinal Hummes nelle pagine che seguono, infatti, l’esempio di uno – che si è dato, nel suo servizio, il nome di Benedetto – si è accompagnato a quelle parole per tutto l’anno sacerdotale che sta terminando. Nella lettera della Cei non viene indicato un programma generico, come per ottenere un’adesione generale della categoria. Perché per tutto l’anno la storia e la fede dei semplici ci ha indicato l’esempio di uno, così che ciascun sacerdote posi gli occhi suoi, il suo personale cuore, la sua personalissima storia davanti a quell’esempio concreto, ai gesti e alle parole di uno di loro. Perché nella vita reale la vita di un uomo non riprende coraggio e forza grazie solo alle parole. Ma perché vede uno, un uomo, che lo invita con l’esempio, e che è sulla stessa strada.

Da PiuVoce.net del 11 Giugno 2010
Libération rivela che le francesi non ne possono più degli ormoni quotidiani
LE DONNE DEGLI ANNI DIECI LIBERATE DALLA ``PILLOLA``
di Nicoletta Tiliacos
In occasione dei cinquant’anni della pillola non potevano che intensificarsi le lamentele sulle italiane indisciplinate e un po’ troglodite, che continuano a trascurare i contraccettivi orali e non imitano le giudiziose cugine d’Oltralpe, campionesse mondiali di uso della pillola, adottata dal sessanta per cento delle donne francesi in età fertile. Ma basta leggere un articolo apparso il 9 giugno sul quotidiano Libération (molto laico e di sinistra), per capire che forse le italiane così fesse non sono.
Una serie di ginecologi, interpellati dalla giornalista Olivia Marsaud, raccontano che sono sempre più numerose le donne decise a farla finita con la quotidiana dose di ormoni per silenziare la fecondità. Queste donne che “non ne possono più”, come dichiara una di loro, hanno più o meno lo stesso profilo: “Giovani donne attive, dai venticinque ai trentacinque anni, sotto pillola da più di dieci anni o più, la maggior parte in coppia stabile da molti anni”. Interessantissime le motivazioni. Louise, trentadue anni, da sei mesi ha smesso di prendere la pillola perché non ne sopportava più “l’aspetto ‘dogmatico’, come se fosse l’unico mezzo di contraccezione” e per quell’impressione “di non aver mai avuto scelta”. Un’altra pentita della pillola, Nadia, dice di aver smesso “per non trattare più il mio corpo come uno straniero”.
La pillola quotidiana, il “gesto di libertà” osannato negli anni Sessanta, alle giovani donne degli anni Dieci appare sempre più come una costrizione.
www.piuvoce.net

Da Avvenire di mercoledì 9 giugno 2010

Da Tv2000 e Cei le immagini con la sintesi del convegno e le idee per gli animatori
TESTIMONI DIGITALI, ECCO IL VIDEO
Sempre attivo il sito Internet del grande convegno di fine aprile a Roma, con numerosi contenuti interattivi e una ricca galleria fotografica
DI VINCENZO GRIENTI
Meno di un quarto d’ora di filmato per raccontare il convegno nazionale «Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale» (Roma, 22-24 aprile 2010) 'caricato' e disponibile nel sito Internet www.testimonidigitali.it che continua ad essere aggiornato e attivo in numerose sezioni a partire proprio dal 'mediacenter'. Il video, curato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e da Tv2000 anche per mettere a disposizione di animatori e Portaparola uno strumento pratico di conoscenza e orientamento, è stato proiettato durante l’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana di fine maggio scorso e racconta tre giorni di incontri, di scambio di idee, di confronto sui mezzi di comunicazione sociale e sul loro impatto nella cultura di oggi. A parlare sono i protagonisti che hanno animato il convegno nazionale promosso dalla Commissione episcopale per la Cultura e le comunicazioni sociali e organizzato dall’Ufficio nazionale e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. Il video si apre con le parole che Benedetto XVI ha rivolto agli oltre 8mila partecipanti all’udienza del 24 aprile nell’Aula Paolo VI, in Vaticano. «Il tempo che viviamo conosce un enorme allargamento delle frontiere della comunicazione, realizza un’inedita convergenza tra i diversi media e rende possibile l’interattività – esorta il Pontefice –. La rete manifesta, dunque, una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide .
Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno».
Il sito Internet del convegno ha registrato nei soli 2 giorni di lavori oltre 200mila accessi e circa 19mila utenti unici alla diretta online. Ciò è stato reso possibile grazie anche alla sinergia di Avvenire, Tv2000 , Radio InBlu e dell’Agenzia Sir . «È sicuramente un modo per ripercorrere quei giorni indimenticabili – scrive per email Giorgio, 24 anni, di Salerno –. Per rivedere i volti e non dimenticare le parole del Papa». Tra le sezioni del sito Internet più attive, a parte l’area news e quella del 'mediacenter', c’è anche la pagina della ricerca «Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale», dell’Università Cattolica di Milano, disponibile all’indirizzo www.testimonidigitali.it/ricer ca. Diretta dall’antropologa dei media Chiara Giaccardi, che ha coordinato un gruppo di ricercatori, la ricerca ancora coinvolge attivamente tramite la compilazione del questionario (in via del tutto anonima) che può essere rispedito tramite posta elettronica all’indirizzo ricerca@testimonidigitali.it.
Sono ancora disponibili, poi, le puntate radiofoniche di Radio Digit, la rubrica promossa in collaborazione con l’Associazione Weca, e i numeri del periodico free press DigitNews . A ciò si aggiunge un’ampia galleria fotografica che ripercorre i momenti più belli del convegno.

La Libreria San Paolo, presente a Ravenna da più di 40 anni per merito delle Suore Paoline, è stata rilevata dall'Opera di Religione della Diocesi di Ravenna nel 1999, mantenendo il carattere di libreria religiosa.
La Libreria San Paolo costituisce un'importante realtà, poiché rappresenta, attualmente, l'unica attività della zona in cui si possano reperire libri religiosi e riviste cattoliche.
Presso la libreria è disponibile una vasta gamma di altri articoli, come dvd (specialmente per film d'autore, pellicole rare, film per la famiglia), spartiti musicali, recital per scuole elementari e materne, musicassette e compact disc (raccolte di musica religiosa, musica classica e operistica), editoria elettronica, stampe sacre e messaggi visivi.
Libreria San Paolo Via Pietro Canneti Ravenna